![]() |
| Michele Damasceno, Divina Liturgia, Θεία Λειτουργία, XVI sec., Museo delle Icone e delle Sacre Reliquie dell'Arcidiocesi di Creta, Candia |
quinta-feira, 6 de dezembro de 2012
Card. Ratzinger: "Questa la novità e la particolarità della liturgia cristiana: è Dio stesso ad agire e a compiere l'essenziale" . Altri articoli di Card. Ratzinger
Card. Ratzinger: "Questa la novità e la particolarità della liturgia cristiana: è Dio stesso ad agire e a compiere l'essenziale" . Altri articoli di Card. Ratzinger
«Partecipazione attiva»In che cosa consiste, però, questa partecipazione attiva?
Che cosa bisogna fare?
Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più spesso possibile.
La parola "partecipazione" rinvia, però, a un'azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa "actio" centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità. Lo studio delle fonti liturgiche permette una risposta che, forse, in un primo tempo può sorprendere, ma che è del tutto ovvia se si prendono le mosse dai fondamenti biblici su cui abbiamo riflettuto nella prima parte.
Con il termine "actio", riferito alla liturgia, si intende nelle fonti il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è la oratio: la grande preghiera, che costituisce il nucleo della celebrazione liturgica e che proprio per questo, nel suo insieme, è stata chiamata dai Padri con il termine oratio.
Questa definizione era corretta già a partire dalla stessa forma liturgica, poiché nella oratio si svolge ciò che è essenziale alla liturgia cristiana, perché essa è il suo centro e la sua forma fondamentale.
La definizione dell'Eucaristia come oratio fu poi una risposta fondamentale tanto per i pagani che per gli intellettuali in ricerca. Con questa espressione si diceva infatti a quelli che erano in ricerca: i sacrifici di animali e tutto ciò che c'era e c'è presso di voi e che non può appagare nessuno, sono ora liquidati. Al loro posto subentra il sacrificio-parola. Noi siamo la religione spirituale, in cui ha luogo il culto divino reso per mezzo della parola; non vengono più sacrificati capri e vitelli, ma la parola viene rivolta a Dio come a Colui che sostiene la nostra esistenza e questa parola si unisce alla Parola per eccellenza, al Logos di Dio che ci innalza alla vera adorazione. Forse è utile osservare anche che la parola oratio all'inizio non significa "preghiera" (per questo esisteva il termine prex), ma il discorso solenne tenuto in pubblico, che ora riceve la sua più alta dignità per il fatto che si rivolge a Dio, nella consapevolezza che esso proviene da Dio stesso e da Lui è reso possibile.
Ma finora abbiamo solamente accennalo a ciò che è centrale. Questa oratio - la solenne preghiera eucaristica, il "canone" - è davvero più che un discorso, è actio nel senso più alto del termine. In essa accade, infatti, che l’actio umana (così come è stata sinora esercitata dai sacerdoti nelle diverse religioni) passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all'agire di Dio. In questa oratio il sacerdote parla con l'io del Signore - "questo è il mio corpo", "questo è il mio sangue" - nella consapevolezza che ora non parla più da se stesso, ma in forza del sacramento che egli ricevuto, che diventa voce dell'altro che ora parla e agisce. Questo agire di Dio, che si compie attraverso un discorso umano, è la vera "azione", di cui tutta la creazione è in attesa: gli elementi della terra vengono trans-sustanziati, strappati, per cosi dire, dal loro ancoraggio creaturale, ricompresi nel fondamento più profondo del loro essere e trasformati nel corpo e nel sangue del Signore. Il nuovo cielo e la nuova terra vengono anticipati.
La vera "azione" della liturgia, a cui noi tutti dobbiamo avere parte, è azione di Dio stesso. E questa la novità e la particolarità della liturgia cristiana: è Dio stesso ad agire e a compiere l'essenziale. Egli introduce la nuova creazione, si rende accessibile, così che noi possiamo comunicare con Lui in maniera del tutto personale, attraverso le cose della terra, attraverso i nostri doni.
Ma come possiamo noi avere parte a questa azione?
Dio e l'uomo non sono del tutto incommensurabili?
L'uomo, che è finito e peccatore, può cooperare con Dio, che è infinito e santo?
Egli lo può per il fatto che Dio stesso si è fatto uomo, che è divenuto corpo e continua, ancora con il suo corpo, a venire incontro a noi che viviamo nel corpo. L'intero evento, fatto di Incarnazione, croce, resurrezione e ritorno sulla terra è presente come la forma con cui Dio prende l'uomo a cooperare con se stesso. Nella liturgia ciò si esprime, come abbiamo già visto, nel fatto che dell’oratio fa parte la preghiera di accettazione. Certamente, il sacrificio del Logos è sempre già accettato. Ma noi dobbiamo pregare perché diventi il nostro sacrificio, perché noi stessi, come abbiamo detto, veniamo trasformati nel Logos e diveniamo così vero corpo di Cristo: è di questo che si tratta. E questo deve essere chiesto nella preghiera. Questa stessa preghiera è una via, un essere in cammino della nostra esistenza verso l'Incarnazione e la Resurrezione.
In questa "azione", in questo accostarsi orante alla partecipazione, non c'è alcuna differenza tra sacerdote e laico. Indubbiamente, rivolgere al Signore l'oratio in nome della Chiesa e parlare al suo apice con l'Io di Gesù Cristo, è qualcosa che può accadere solo in forza del sacramento. Ma la partecipazione a ciò che non è fatto da alcun uomo, bensì dal Signore stesso e da Lui solo, questo è uguale per tutti. Per tutti il punto è, secondo quello che si legge in I Cor 6,17, "unirsi al Signore e diventare così una sola esistenza pneumatica con Lui".
Il punto è che, alla fine, venga superata la differenza tra l'actio di Cristo e la nostra, che ci sia solamente una azione, che è allo stesso tempo la sua e la nostra - la nostra per il fatto che siamo divenuti "un corpo e uno spirito" con Lui.
La singolarità della liturgia eucaristica consiste appunto nel fatto che è Dio stesso ad agire e che noi veniamo attratti dentro questo agire di Dio. Rispetto a questo fatto, tutto il resto è secondario.
E' chiaro poi che si possono distribuire in maniera sensata le azioni esteriori: leggere, cantare, accompagnare le offerte. Tuttavia la partecipazione alla liturgia della parola (leggere, cantare) deve essere distinta dalla celebrazione sacramentale vera e propria.
Qui dovrebbe essere chiaro a tutti che le azioni esteriori sono del tutto secondarie.
L'agire dovrebbe venire meno quando arriva ciò che conta: l’oratio. E deve essere ben visibile che l’oratio è la cosa che più conta e che essa è importante proprio perché da spazio all'actio di Dio.
Chi ha capito questo, comprende facilmente che ora non si tratta più di guardare il sacerdote o di stare a guardarlo, ma di guardare insieme il Signore e di andargli incontro. La comparsa quasi teatrale di attori diversi, cui oggi è dato assistere soprattutto nella preparazione delle offerte, passa molto semplicemente a lato dell'essenziale.
Se le singole azioni esteriori (che di per sé non sono molte e che vengono artificiosamente accresciute di numero) diventano l'essenziale della liturgia e questa stessa viene degradata in un generico agire, allora viene misconosciuto il vero teodramma della liturgia, che viene anzi ridotto a parodia.
La vera educazione liturgica non può consistere nell'apprendimento e nell'esercizio di attività esteriori, ma nell’introduzione nell'actio essenziale, che fa la liturgia, nell'introduzione, cioè, alla potenza trasformante di Dio, che attraverso l'evento liturgico vuole trasformare noi stessi e il mondo.
A questo riguardo l'educazione liturgica di sacerdoti e laici è oggi deficitaria in misura assai triste.
Qui resta molto da fare.
da Joseph Ratzinger "Introduzione allo spirito della liturgia", Edizioni San Paolo, 2001, pagg. 167-172

Altri articoli di Card. Ratzinger
- 1. Joseph Ratzinger: "Ma il cristiano non spera solo in un «mondo migliore»"
- 2. Card. Ratzinger: "La Chiesa di massa può essere qualcosa di molto bello, ma non è necessariamente l'unica modalità di essere della Chiesa"
- 3. Card. Ratzinger: "Una politica economica che miri al benessere dell’intera famiglia umana richiede un alto grado di disciplina etica..."
- 4. J. Ratzinger ricorda gli anni del Concilio: la riforma liturgica e la discussione sulle "fonti della rivelazione":Scrittura e Tradizione (La mia vita)
- 5. Card. Ratzinger: La liturgia è "fatta" per Dio e non per noi stessi. Quanto più però noi la facciamo per noi stessi, tanto meno essa è attraente
- 6.La liturgia non è uno show, uno spettacolo che abbisogni di registi geniali e di attori di talento. La liturgia non vive di sorprese "simpatiche"...
- 7. Lo sviluppo organico della liturgia: prefazione del card. Joseph Ratzinger al libro di Alcuin Reid
- 8. Card. Ratzinger: "Le Conferenze Episcopali non hanno una base teologica...hanno solo una fuzione pratica, concreta" (Rapporto sulla fede)
- 9. L’Europa nella crisi delle culture: l'ultima conferenza del cardinale Joseph Ratzinger (Subiaco, 1° aprile 2005)
- 10. Card. Ratzinger: "Quanto siamo più vicini a Cristo, quanto più siamo vicini all'amore di Dio e capaci di essere pacificatori nella Terra" (2004)
- 11. Card. Ratzinger: "Occorre che il prete accetti di mettersi in secondo piano, lasciando spazio al Cristo che solo può rimettere il peccato"
- 12. Joseph Ratzinger: "Il gioco del calcio costringe l’uomo a imporsi una disciplina in modo da ottenere con l’allenamento, la padronanza di sé..." (1985)
- 13. Il messaggio di Fatima: il commento teologico del card. Joseph Ratzinger
- 14, "Beethoven e la scintilla di Dio" e "Schubert, i Lieder della speranza": due testi inediti di Joseph Ratzinger
- 15. La fede fra ragione e sentimento. Conferenza del card. Ratzinger in occasione dell’ostensione della Sindone, 1998
- 16. Prof. Joseph Ratzinger: Non fa parte della rivelazione cristiana solo la parola di Dio, ma anche il silenzio di Dio (Da Introduzione al Cristianesimo)
- 17. Presentato il secondo volume delle «Gesammelte Schriften» di Joseph Ratzinger: la prefazione di Benedetto XVI
- 18. Card. Ratzinger: "Scrutando i segni dei tempi abbiamo visto che il nostro primo dovere in questo momento storico è annunciare il Vangelo di Cristo..."
- 19. Lettera-prefazione del Papa al libro di Marcello Pera: La fede non si può mettere tra parentesi. Urge il dialogo interculturale
- 20. "L'inferno è solitudine: ecco l' abisso dell'uomo" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI (da «Perché siamo ancora nella Chiesa», Rizzoli)
- 21. Il Papa, il rabbino Jacob Neusner, il dialogo schietto in un clima di grande amore (da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI)
- 22. La parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). Da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI
- 23. La rivoluzione delle Beatitudini. Da "Gesù di Nazaret" di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI
- 24. L’incontro del caos e della luce: la festa della Candelora
- 25. Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani. Lectio magistralis del cardinale Ratzinger, Senato Italiano, 13 maggio 2004
- 26. Card. Ratzinger: "Questa la novità e la particolarità della liturgia cristiana: è Dio stesso ad agire e a compiere l'essenziale"
- 27. Card. Ratzinger: Laddove si manipola sempre più liberamente la liturgia, è comprensibile che i credenti la abbandonino e con essa la Chiesa
- Il Papa ripercorre le tappe del viaggio a Cipro: "Mi sono sentito accolto e compreso"
- Fotografia Benedetto XVI
- Benedetto XVI
FONTE
Card. Ratzinger: "Para el católico practicante normal son dos los resultados más evidentes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II: la desaparición del latín y el altar orientado hacia el pueblo. Quien lee los textos conciliares puede constatar con asombro que ni lo uno ni lo otro se encuentran en dichos textos en esta forma.
El Cardenal Ratzinger, la Liturgia y el Misal de San Pío V
El Card. Ratzinger y la Liturgia

(Las fotografías que ilustran este artículo pertenecen a dos celebraciones distintas de la Santa Misa oficiada por el cardenal Ratzinger siguiendo el rito romano tradicional. Unas corresponden al 30 de abril de 1999 en la ciudad de Weimer (Alemania) y otras al Domingo de Pascua de 1990 (15 de abril), cuando el hoy Papa Benedicto XVI visitó el seminario de la Hermandad Sacerdotal de San Pedro en Wigratzbad (Alemania)).
Por Juan Luis Ferrari Cortés
Este artículo, a través de la recopilación de una serie de citas -que hablan por sí solas- del entonces cardenal Joseph Ratzinger, publicadas en diversos textos, pretende dar a conocer, ayudar a comprender y, profundizar, en esa faceta tan importante de la vida de la Iglesia Católica como es la liturgia, pilar básico en el pontificado de Benedicto XVI, y en concreto, en uno de sus más preciados tesoros, el misal de San Pío V, y la llamada Misa Tradicional o Misa de siempre.
Para introducirnos sobre el tema traeremos a colación el prólogo íntegro que el Cardenal Ratzinger escribió para el libro del P. Uwe Michael Lang, " Vueltos al Señor. La orientación de la oración litúrgica", pues el que sea la misma la orientación del sacerdote y de los fieles durante la celebración del Santo Sacrificio del Altar caracteriza a la Misa Tradicional:
"Para el católico practicante normal son dos los resultados más evidentes de la reforma litúrgica del Concilio Vaticano II: la desaparición del latín y el altar orientado hacia el pueblo. Quien lee los textos conciliares puede constatar con asombro que ni lo uno ni lo otro se encuentran en dichos textos en esta forma.
A la lengua vulgar, por supuesto, había que darle espacio, según las intenciones del Concilio (1)-sobre todo en el ámbito de la liturgia de la Palabra- pero, en el texto conciliar, la norma general inmediatamente anterior dice: «Se conservará el uso de la lengua latina en los ritos latinos, salvo derecho particular».
(2)
El texto conciliar no habla de la orientación del altar hacia el pueblo. Se habla de esta cuestión en instrucciones posconciliares. La más importante de ellas es la Institutio generalis Missalis Romani, la Introducción general al nuevo Misal romano de 1969, donde en el número 262 se lee: «Constrúyase el altar mayor separado de la pared, de modo que se le pueda rodear fácilmente y la celebración se pueda hacer de cara al pueblo [versus populum]» . La introducción a la nueva edición del Misal romano de 2002 ha tomado este texto a la letra, pero al final añade lo siguiente: « es deseable donde sea posible» . Muchos ven en este añadido una lectura rígida del texto de 1969, en el sentido de que ahora existe la obligación general de construir -«donde sea posible»- los altares de cara al pueblo. Esta interpretación, sin embargo, fue rechazada por la competente Congregación para el Culto Divino el 25 de septiembre de 2000, cuando explicó que la palabra «expedit» [es deseable] no expresa una obligación, sino un consejo. Hay que distinguir -dice la Congregación- la orientación física de la espiritual. Cuando el sacerdote celebra versus populum, su orientación espiritual debe ser siempre versus Deum per Iesum Christum [hacia Dios por Jesucristo]. Dado que ritos, signos, símbolos y palabras no pueden nunca agotar la realidad última del misterio de la salvación, se han de evitar posturas unilaterales y absolutas al respecto.
Es una aclaración importante porque evidencia el carácter relativo de las formas simbólicas exteriores, contraponiéndose de este modo a los fanatismos que por desgracia en los últimos cuarenta años han sido frecuentes en el debate en torno a la liturgia. Pero al mismo tiempo ilumina también la dirección última de la acción litúrgica, que no se expresa nunca completamente en las formas exteriores y que es la misma para el sacerdote y para el pueblo (hacia el Señor: hacia el Padre por Cristo en el Espíritu Santo). La respuesta de la Congregación, pues, debería crear un clima más tranquilo para el debate; un clima en el que pueda buscarse la manera mejor para la actuación práctica del misterio de la salvación, sin condenas recíprocas, escuchando con atención a los demás, pero sobre todo escuchando las indicaciones últimas de la misma liturgia. Tachar apresuradamente ciertas posturas como "preconciliares","reaccionarias", "conservadoras", o "progresistas" o "ajenas a la fe", no debería admitirse en la confrontación, que debería dejar espacio a un nuevo y sincero compromiso común de cumplir la voluntad de Cristo del mejor modo posible.


Este pequeño libro de Uwe Michael Lang, oratoriano residente en Inglaterra, analiza la cuestión de la orientación de la oración litúrgica desde el punto de vista histórico, teológico y pastoral. Y haciendo esto, vuelve a plantear en un momento oportuno -creo yo- un debate que, a pesar de las apariencias, no ha cesado nunca realmente, ni siquiera después del Concilio.
El liturgista de Innsbruck Josef Andreas Jungmann, que fue uno de los arquitectos de la Constitución sobre la Sagrada Liturgia del Vaticano II, se opuso firmemente desde el principio al polémico tópico según el cual el sacerdote, hasta ahora, había celebrado "dando la espalda al pueblo" . Jungmann subrayaba, en cambio, que no se trataba de dar la espalda al pueblo, sino de asumir la misma orientación que el pueblo. La liturgia de la Palabra tiene carácter de proclamación y de diálogo: es dirigir la palabra y responder, y, por consiguiente, quien proclama se dirige a quien escucha y viceversa, la relación es recíproca. La oración eucarística, en cambio, es la oración en la que el sacerdote hace de guía, pero está orientado, con el pueblo y como el pueblo, hacia el Señor. Por esto, según Jungmann, la misma dirección del sacerdote y del pueblo pertenece a la esencia de la acción litúrgica. Más tarde Louis Bouyer -otro de los principales liturgistas del Concilio- y Klaus Gamber, cada uno a su manera, retomaron la cuestión. Pese a su gran autoridad, tuvieron desde el principio algunos problemas para hacerse oír, pues era muy fuerte la tendencia a poner en evidencia el elemento comunitario de la celebración litúrgica y a considerar por eso que el sacerdote y el pueblo debían estar frente a frente para dirigirse recíprocamente el uno al otro.


Sólo recientemente el clima se ha vuelto más tranquilo y así, quienes plantean cuestiones como las de Jungmann, Bouyer y Gamber ya no son sospechosos de sentimientos "anticonciliares". Los progresos de la investigación histórica han dado más objetividad al debate, y los fieles intuyen cada vez más lo discutible de una solución en la que a duras penas se advierte la apertura de la liturgia hacia lo que le espera y hacia lo que la transciende. En esta situación, el libro de Uwe Michael Lang, tan agradablemente objetivo y nada polémico, puede ser una ayuda preciosa. Sin la pretensión de presentar nuevos descubrimientos, ofrece los resultados de las investigaciones de los últimos decenios con gran esmero, dando la información necesaria para poder llegar a un juicio objetivo. Es digno de mérito el hecho de que se evidencia al respecto no sólo la aportación, poco conocida en Alemania, de la Iglesia de Inglaterra, sino también el relativo debate, interno al Movimiento de Oxford en el siglo XIX, en cuyo contexto maduró la conversión de John Henry Newman. Sobre esta base se desarrollan luego las respuestas teológicas.
Espero que este libro de un joven estudioso pueda ser una ayuda en el esfuerzo -necesario para cada generación- de comprender correctamente y de celebrar dignamente la liturgia. Le deseo que encuentre muchos lectores atentos". (3)

Sobre la orientación del sacerdote y los fieles también escribe lo siguiente:
-El 18 de noviembre de 1992 en el prefacio de un libro del liturgista Monseñor Claus Gamber: "La orientación de la oración común a sacerdotes y fieles -cuya forma simbólica era generalmente en dirección al este, es decir al sol que se eleva-, era concebida como una mirada hacia el Señor, hacia el verdadero sol. Hay en la liturgia una anticipación de su regreso; sacerdotes y fieles van a su encuentro. Esta orientación de la oración expresa el carácter geocéntrico de la liturgia; obedece a la monición ´Volvámonos hacia el Señor´ ". (4)
-En otro texto explica que: " ...hay algo que siempre estuvo claro en toda la cristiandad hasta bien entrado el segundo milenio: la orientación de la oración hacia el oriente es una tradición que se remonta a los orígenes y es la expresión fundamental de la síntesis cristiana de cosmos e historia, del arraigo en la unicidad de la historia de la salvación, de salir al encuentro del Señor que viene. En ella se expresa, tanto la fidelidad a lo que hemos recibido, como la dinámica de lo que hay que recorrer ".
"El hombre de hoy tiene poca sensibilidad para esta ´orientación´. Mientras que para el judaísmo y el islam sigue siendo un hecho incuestionable el rezar en dirección al lugar central de la revelación -hacia Dios que se nos ha mostrado-... ". (5)
"La orientación de todos hacia el oriente no era una ´ celebración contra la pared ´, no significaba que el sacerdote ´ diera la espalda al pueblo ´, en ella no se le daba tanta importancia al sacerdote. Al igual que en la sinagoga todos miraban a Jerusalén, aquí todos miran ´ hacia el Señor ´. Usando la expresión de uno de los Padres de la Constitución sobre la Sagrada Liturgia del Concilio Vaticano II, J. A. Jungmann, se trataba más bien de una misma orientación del sacerdote y del pueblo, que sabían que caminaban juntos hacia el Señor. Pueblo y sacerdote no se encierran en un círculo, no se miran unos a otros, sino que, como pueblo de Dios en camino, se ponen en marcha hacia el oriente, hacia el Cristo que avanza y sale a nuestro encuentro" . (6)
Y acerca de la importancia en la liturgia de la postura de arrodillarse -de sacerdote y fieles-, comenta que: " Tal vez sea cierto que el arrodillarse constituya algo ajeno a la cultura moderna, precisamente en la medida en que se trata de una cultura que se ha alejado de la fe y que no conoce ya a Aquel ante el cual ponerse de hinojos es un gesto justo, mejor dicho, un gesto necesario interiormente. Quien aprende a creer aprende a arrodillarse; una fe o una liturgia que no conozcan ya el acto de arrollidarse están enfermas en un punto central. Allí donde se ha perdido este gesto es donde hay que aprenderlo de nuevo". (7)

Sobre la reforma litúrgica expone que: "Tras el concilio Vaticano II se generó la impresión de que el Papa podía hacer cualquier cosa en materia de liturgia (...). Así fue como desapareció, en grandes zonas de la conciencia difusa de Occidente, la noción de liturgia como algo que nos precede y que no puede ser ´hecho´ a nuestro antojo. Pero de hecho, el concilio Vaticano 1º no pretendió definir en absoluto al Papa como un monarca absoluto, sino, por el contrario, como el garante de la obediencia a la palabra transmitida: su potestad se liga a la tradición de la fe, lo que rige también en el campo litúrgico (...). La autoridad del Papa no es ilimitada: está al servicio de la santa tradición". (8)


El cardenal Ratzinger nos adentra en el tema del Misal de San Pío V, y la Misa Tradicional al afirmar:
-En su autobiografía que: "la promulgación - por Pablo VI- de la prohibición del Misal -de San Pío V- que se había desarrollado a lo largo de los siglos desde el tiempo de los sacramentales de la Iglesia antigua, comportó una ruptura en la historia de la liturgia cuyas consecuencias sólo podían ser trágicas". (9)
-Y continúa diciendo que: "yo estaba perplejo ante la prohibición del Misal antiguo, porque algo semejante no había ocurrido jamás en la historia de la liturgia. Se suscitaba por cierto la impresión de que esto era completamente normal. El misal precedente había sido realizado por Pío V en el año 1570, a la conclusión del Concilio de Trento; era, por tanto, normal que, después de cuatrocientos años y un nuevo Concilio, un nuevo Papa publicase un nuevo misal. Pero la verdad histórica era otra. Pío V se había limitado a hacer reelaborar el misal romano entonces en uso, como en el curso vivo de la historia había siempre ocurrido a lo largo de todos los siglos. Del mismo modo, muchos de sus sucesores reelaboraron de nuevo este misal, sin contraponer jamás un misal al otro. Se ha tratado siempre de un proceso continuado de crecimiento y de purificación en el cual sin embargo, nunca se destruía la continuidad. Un misal de Pío V creado por él, no existe realmente. Existe sólo la reelaboración por él ordenada como fase de un largo proceso de crecimiento histórico. La novedad, tras el Concilio de Trento, fue de otra naturaleza: la irrupción de la reforma protestante había tenido lugar sobre todo en la modalidad de ´reformas litúrgicas´. No existía simplemente una Iglesia católica junto a otra protestante; la división de la Iglesia tuvo lugar casi imperceptiblemente y encontró su manifestación más visible e históricamente más incisiva en el cambio de la liturgia que, a su vez, sufrió una gran diversificación en el plano local, tanto que los límites entre los que todavía era católico y no que ya no era se hacían con frecuencia difíciles de definir. En esta situación de confusión, que había sido posible por la falta de una normativa litúrgica unitaria y del pluralismo litúrgico heredado de la Edad Media, el Papa decidió que el ´Missale Romanum´, el texto litúrgico de la ciudad de Roma, católico sin ninguna duda, debía ser introducido allí donde no se pudiese recurrir a liturgias que tuviesen por lo menos doscientos años de antigüedad. Donde se podía demostrar esto último, se podía mantener la liturgia precedente, dado que su carácter católico podía ser considerado seguro. No se puede, por tanto, hablar de hecho de una prohibición de los anteriores y hasta entonces legítimamente válidos misales". (10)

-
Además en la mencionada autobiografía explica que con la: "reforma litúrgica -de Pablo VI- acaeció algo más -que una simple ´revisión´ del Misal anterior, pues- se destruyó el edificio antiguo y se construyó otro, si bien con el material del cual estaba hecho el edificio antiguo y utilizando también los proyectos precedentes. (.) Para la vida de la Iglesia es dramáticamente urgente una renovación de la conciencia litúrgica, una reconciliación litúrgica. (.) Estoy convencido de que la crisis eclesial en la que nos encontramos depende en gran parte del hundimiento de la liturgia". (11)
-En el año 2002, el cardenal Prefecto de la Congregación para la Doctrina de la Fe nos avisa que: "También es importante para la correcta concienciación en asuntos litúrgicos que concluya de una vez la proscripción de la liturgia válida hasta 1970. Quien hoy aboga por la perduración de esa liturgia o participa en ella es tratado como un apestado, aquí termina la tolerancia. A lo largo de la historia no ha habido nada igual, esto implica proscribir también todo el pasado de la Iglesia. Y de ser así ¿cómo confiar en su presente?. Francamente, yo tampoco entiendo por qué muchos de mis hermanos obispos se someten a esta exigencia de intolerancia que, sin ningún motivo razonable, se opone a la necesaria reconciliciación interna de la Iglesia". (12)
-Podemos alcanzar a adivinar cual es la pieza clave del pensamiento del Papa Benedicto XVI cuando era Cardenal en relación al misal de San Pío V cuando afirma que : "He abogado desde el principio en pro de la libertad de continuar usando el viejo misal -el misal de San Pío V-". (13)

También en el año 2002, el Cardenal escribe, en relación a la liturgia , y como una declaración de intenciones, que: "Hoy, lo más importante es volver a respetar la liturgia y su inmanipulabilidad. Que aprendamos de nuevo a reconocerla como algo que crece, algo vivo y regalado, con lo que participamos en la liturgia celestial. Que no busquemos en ella la autorrealización, sino el don que nos corresponde".(14)
"Pero, en mi opinión, esto debería ser ante todo y sobre todo un proceso educativo que ponga término al pisoteo de la liturgia con auto inventos". (15)
Como colofón destacar las palabras finales del Cardenal Ratzinger en la Conferencia pronunciada en Roma, el 24 de octubre de1998, en el marco de las celebraciones del Xº aniversario de la creación de la ´Comisión Pontificia Ecclesia Dei´:
"Por lo tanto queridos amigos, yo quiero alentaros a no perder la paciencia, a conservar la confianza y aque toméis de la liturgia la fuerza necesaria para dar vuestro testimonio por nuestro Señor en estos tiempos". (16)
Notas
(1) Cfr. Sacrosanctum Concilium, 36,2.
(2) Sacrosanctum Concilium 36,1.
(3) P. UWE MICHAEL LANG, Vueltos al Señor. La orientación de la oración litúrgica , Catagalli, Siena 2004, 150 págs.
(4) CLAUS GAMBER, ¡Vueltos hacia el Señor! , Ediciones ´Renovación´, Madrid 1996. pág. 7.
(5) JOSEPH RATZINGER, El Espíritu de la Liturgia, una introducción , Ediciones Cristiandad, Madrid 2001, pág. 97.
(6) Ult. op. cit, pág. 102.
(7) Ult. op. cit, pág. 190.
(8) JOSEPH RATZINGER, Introducción al Espíritu de la Liturgia , Ediciones San Pablo, pág. 162.
(9) JOSEPH RATZINGER, Mi Vida, Recuerdos (1927-1977) , Ed. Encuentro, Madrid 1997, pág 24.
(10) Ult. op. cit., págs. 123-124.
(11) Ult. op. cit, pág. 124.
(12) JOSEPH RATZINGER, Dios y el Mundo , Editorial Galaxia Gutemberg, Barcelona 2002, págs. 393-394.
(13) JOSEPH RATZINGER, Balance y Perspectivas, en Autor de la cuestión litúrgica... , págs. 177-178.
(14) JOSEPH RATZINGER, Dios y el Mundo , Editorial Galaxia Gutemberg, Barcelona 2002, pág. 393.
(15) Ult. op. cit, pág. 393.
(16) JOSEPH RATZINGER, ¿Existe contradicción entre el Nuevo y el Antiguo rito de la Misa? , Ediciones´Renovación´, Madrid 1998, pág.9.

De la página: http://www.unavocesevilla.info
terça-feira, 27 de novembro de 2012
A ESSÊNCIA DO SANTO SACRIFÍCIO DA MISSA Por pe. Martinho de Cochem.
|
|
|
|||||||||
| ||||||||||
segunda-feira, 26 de novembro de 2012
HOJE É A FESTA DE S. LEONARDO DE PORTO-MAURÍCIO QUE ESCREVEU : " AS EXCELÊNCIAS DA SANTA MISSA"
HOJE É A FESTA DE S. LEONARDO DE PORTO-MAURÍCIO QUE ESCREVEU : " AS EXCELÊNCIAS DA SANTA MISSA"
EXCELÊNCIA, NECESSIDADE
EXCELÊNCIA DO SANTO
EXCELÊNCIA, NECESSIDADE
E VANTAGENS
DO SANTO SACRIFÍCO DA MISSA
Grande paciência é necessária para suportar a
indiferença, que a maioria dos batizados na Igreja Católica têm
pela Santa Missa: eles rescendem ateísmo e são o veneno da
piedade. Pensam eles: “Uma missa a mais, uma missa a
menos, que importa... Já é bastante ouvir a missa nos dias de
festa. A missa de tal padre é uma missa de semana santa:
quando ele surge no altar eu fujo da igreja”.
Esses que assim falam deixam perceber claramente que
pouca ou nenhuma estima têm pelo santíssimo Sacrifício da
Missa.
Sabeis que, na realidade, a Santa Missa? É o sol da
cristandade, a alma da Fé, o centro da religião Católica
apostólica com a sede em Roma, a que tendem todos os seus
ritos, todas as suas cerimônias, todos os seus sacramentos. É
uma palavra, A ESSÊNCIA DE TUDO O QUE HÁ DE BOM E
BELO NA IGREJA DE DEUS.
Por isso caros leitores meditem bem tudo que vou dizervos
nesta instrução.
EXCELÊNCIA DO SANTO
SACRIFÍCIO DA MISSA
É uma verdade incontestável que todas as religiões, que
existiram desde o começo do Mundo, tiveram sempre algum
sacrifício como parte essencial do culto devido a DEUS.
-5- -4-
Mas porque essas religiões eram vãs ou imperfeitas, seus
sacrifícios, também, eram vãos ou imperfeitos.
Totalmente vãos eram os sacrifícios do paganismo, e nem
acode ao espírito falar sobre eles.
Quanto ao dos hebreus, eram imperfeitos.
Se bem que professassem, então, a religião verdadeira,
seus sacrifícios eram podres e defeituosos, infirma et egena
elementa, como qualifica São Paulo.
Não podiam, assim, apagar os pecados nem conferir
graça.
Só o Sacrifício que temos em nossa santa religião, que é a
Santa Missa, é um sacrifício santo, perfeito, e, em todo sentido,
completo: por ele, cada fiel honra dignamente a DEUS,
reconhecendo, ao mesmo tempo, o próprio nada e o supremo
domínio de DEUS. Davi o chama: Sacrifício de Justiça,
sacrificium justitiae; tanto porque contém o Justo dos justos e o
Santo dos santos, ou, melhor a própria Justiça e Santidade,
como porque santifica as almas pela infusão das graças e
abundância dos dons que lhes confere.
PRIMEIRA EXCELÊNCIA
O SACRIFÍCIO DA SANTA MISSA É O MESMO
QUE O SACRIFÍCIO DA CRUZ
A
Santa Missa é um sacrifício tão santo, o mais augusto e
excelente de todos, e a fim de formardes uma idéia adequada
de tão grande tesouro, algumas de suas excelências divinas;
pois dize-las todas não é empreendimento a que baste a
fraqueza da minha inteligência.
A principal excelência do santo Sacrifício da Missa
consiste em que se deve considerá-lo como essencialmente o
mesmo oferecido no Calvário sobre a Cruz, com esta única
diferença: que o sacrifício da Cruz foi sangrento e só se
realizou uma vez e que nessa única oblação JESUS CRISTO
satisfez plenamente por todos os pecados do Mundo; enquanto
que o sacrifício do altar é um sacrifício incruento, que se pode
renovar uma infinidade de vezes, e que foi instituído pra nos
aplicar especialmente esta expiação universal que JESUS por
nós cumpriu no Calvário,
Assim o SACRIFÍCIO CRUENTO foi o MEIO de nossa
REDENÇÃO, e O SACRIFÍCIO INCRUENTO nos proporciona
as GRAÇAS da nossa REDENÇÃO.
Um abre-nos os tesouros dos méritos de CRISTO Nosso
Senhor, o outro no-los dá para os utilizarmos.
Notai, portanto que na Missa não se faz apenas uma
representação, uma simples memória da Paixão e Morte do
nosso Salvador; mas num sentido realíssimo, o mesmo que se
realizou outrora no Calvário aqui se realiza novamente: tanto
que se pode dizer, a rigor, que em cada Santa Missa nosso
Redentor morre por nós misticamente, sem morre na realidade,
estando ao mesmo tempo vivo e como imolado: Vidi agunum
stantem tanquan accisum. (Apoc 5, 6)
No santo dia de Natal, a Igreja nos lembra o nascimento
do Salvador, mas não é verdade que Ele nasça, ainda, nesse
dia.
Nos dias da Ascensão e Pentecostes, comemoramos a
subida do Senhor JESUS ao Céu e a vinda do ESPÍRITO
SANTO, sem que, de modo algum nesses dias o Senhor suba
ainda ao Céu, ou o ESPÍRITO SANTO desça visivelmente à
Terra.
-6- -7-
A mesma coisa, porém, não se pode dizer do mistério da Santa
Missa, pois aí não é uma simples representação que se faz,
mas, sim, o mesmo sacrifício oferecido sobre a Cruz, com
efusão de sangue, e que se renova de modo incruento: é o
mesmo corpo, o mesmo sangue, o mesmo JESUS, que se
imola hoje na Santa Missa. Opus trae Redemptionis exercetur,
diz a Santa Igreja.
A obra de nossa Redenção aí se exerce: sim, exercetur, aí
se exerce atualmente. Este santo sacrifício realiza, opera o que
foi feito sobre a Cruz. Que obra sublime! Ora, dizei-me
sinceramente se, quando ides à Igreja para assistir a Santa
Missa, pensásseis bem que ides ao Calvário assistir à morte do
Redentor, que diria alguém que vos visse ai chegar numa
atitude tão pouco modesta? Se Maria Madalena fosse ao
Calvário e se prostrasse aos pés da Cruz vestida, perfumada e
ataviada como em seus tempos de desordem, quanto não seria
censurada! E que se dirá de vós que ides à Santa Missa como
se fôsseis a uma festa mundana?
Que aconteceria, sobretudo se profanásseis este ato tão
santo, com gestos, risadas, cochichos, encontros sacrílegos?
Digo que, em qualquer tempo e lugar, a iniqüidade não
tem cabimento; mas os pecados que se cometem na hora da
Santa Missa e na proximidade do altar, são pecados que
A NECESSIDADE DO SANTO SACRIFÍCIO DA MISSA – SÃO LEONARDO DE PORTO-MAURÍCIO
NECESSIDADE DO SANTO SACRIFÍCIO
"S. Leonardo de Porto-Maurício"
(As Excelências da Santa Missa, 1737)
Se não houvesse o Sol, que seria da Terra? Oh! Tudo seria trevas, horror, esterilidade e desolação.
E se o Mundo não tivesse a Santa Missa, que seria de nós? Infelizes! Ficaríamos privados de todos os bens, sobrecarregados de todos os males. Estaríamos expostos a todos os raios da cólera de DEUS.
Alguns há que se admiram, e acham que, de certo modo, DEUS mudou a sua maneira de governar. Antigamente Ele se nomeava de DEUS dos exércitos, e falava ao povo do meio das nuvens, manejando o trovão; e de fato, era com todo o rigor da justiça que castigava os pecados. Por um único adultério, mandou passar a fio da espada vinte e cinco mil homens da tribo de Benjamim (Juiz 20, 46).
Por um leve pecado de orgulho de Davi em computar o povo, enviou Ele uma peste tão terrível que, em poucas horas pereceram setenta mil pessoas (II Sam. 24, 15).
Por um só olhar curioso e desrespeitoso dos betsamitas, fez que cinqüenta mil deles perecessem (I Sam. 6, 19).
E agora suporta, com paciência, não só vaidades e irreverências, mas adultérios, os mais vergonhosos escândalos gravíssimos, e tantas blasfêmias horríveis que muitos cristãos vomitam contras Seu Nome Santíssimo.
Por que assim acontece? Por que tão grande mudança de conduta? Serão as ingratidões dos homens mais escusáveis hoje do que outrora? Bem ao contrário, são muito mais culpáveis, já que os imensos benefícios de DEUS se multiplicam cada dia.
A verdadeira razão desta clemência espantosa é a Santa Missa, pela qual esta grande Vítima, que se chama JESUS, se oferece ao Eterno PAI. Eis aí o sol da Santa Igreja que dissipa as nuvens e torna sereno o céu.
Eis aí o arco-íris que detém os raios da Divina Justiça. Creio para mim que, não fosse a Santa Missa, o Mundo estaria já no abismo, incapaz de suportar o imenso fardo de suas iniqüidades.
A Santa Missa é o poderoso sustentáculo que lhe permite subsistir.
Concluí, de tudo isto, quanto este divino Sacrifício é necessário; assim então, sabei aproveitá-lo o máximo que for possível.
Para isto, quando participamos da Santa Missa, devemos imitar Afonso de Albuquerque. Achando-se, com sua frota, em perigo de naufragar numa horrível tempestade, teve uma inspiração: tomou nos braços uma criança que viajava em sua nau, e, elevando-a ao alto, exclamou: "Se todos somos pecadores, esta criaturinha é certamente sem mácula. Ah! Senhor, por amor deste inocente, compadecei-vos dos culpados!" Acreditareis? A vista dessa criança inocente agradou tanto a DEUS, que Ele acalmou o mar e devolveu a alegria àqueles infelizes, gelados já pelo terror da morte certa.
Ora, qual pensais seja a atitude do Eterno PAI, quando o sacerdote, levantando a Santa Hóstia, lhe apresenta o Divino FILHO? Ah! Seu amor não pode resistir à vista do inocente JESUS; Ele se sente forçado a acalmar nossas tormentas, e acudir a todas as nossas necessidades. Sem esta santa vítima, portanto, sem JESUS sacrificando por nós, primeiro sobre a Cruz, e todos os dias sobre nossos altares, estaríamos perdidos, e poderia cada um dizer a seu companheiro: "Até à vista no Inferno! Sim, sim, no Inferno, no Inferno! Até à vista no Inferno"
Mas, com este tesouro da Santa Missa a nosso alcance, nossa esperança renasce; e, se não opusermos obstáculos, teremos assegurado o Paraíso.
Deveríamos, portanto, beijar nossos altares, perfumá-los de incenso, e sobretudo honrá-los com nosso máximo respeito, pois que deles nos vêm tantos bens.
Juntai as mãos e agradecei a DEUS PAI que nos deu o mandamento tão doce de oferecer-Lhe muitas vezes a Vítima celeste. Agradecei-Lhe, sobretudo, pelo imenso proveito que dela recebeis, se sois fiel não somente em oferecê-la, mas de fazê-lo para os fins a que nos foi concedido este dom tão precioso.
Subscrever:
Mensagens (Atom)

