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| Michele Damasceno, Divina Liturgia, Θεία Λειτουργία, XVI sec., Museo delle Icone e delle Sacre Reliquie dell'Arcidiocesi di Creta, Candia |
quarta-feira, 7 de novembro de 2012
Ecco la nostra Santa Messa, ecco il nostro sacrificio, ecco quanto vale, ecco quanto ci interessa, ecco come ci siamo dentro, ecco i benefici che possiamo risentire tutti, ecco le grazie che ci sono messe a disposizione.
LA SANTA MESSA
La Santa Messa, fu per Padre Gabriele uno degli argomenti che volle affrontare quale tema fondamentale della vita. Ne spiegò tutto il contenuto insegnando a viverla attimo per attimo, come rinnovamento di ciò che Cristo aveva vissuto sulla croce.
Con semplicità e naturalezza tipiche della sua natura, spiegava:
Sin dal principio, a giusto titolo, con diritto, il Signore ha richiesto l'omaggio della sua creatura, ha voluto che l'uomo, riconoscente per il dono della vita e la provvidenza di ogni giorno e le grazie continue, lo lodasse continuamente, lo onorasse, lo adorasse e gli offrisse un sacrificio di propiziazione a misura dei bisogni, delle grazie o anche per l'espiazione dei peccati che avrebbe commesso.
Abele cominciò per primo. Il Signore – dice la Scrittura – gustava tanto il profumo dei sacrifici di Abele, offerti con tanta innocenza e semplicità. Cosa volete che fosse un agnellino, una pecora, una povera insignificante creatura offerta al suo padrone, al proprietario, al Creatore e già padrone di tutti e di tutto?
L'offerta è ben gentile, l'offerta di un bambinetto che prende nelle mani stesse della persona un confetto, un dolce e glielo offre, è gentile, ma non è roba sua, è il gesto che piace, l'offerta in sé stessa non è gran cosa, soprattutto nei confronti di Dio.
Giù lungo i secoli, questo profumo aumenta, questi sacrifici si moltiplicano. Anche Noè, appena uscito dall'arca, accende il fuoco, offre il sacrificio di ringraziamento, per la salvezza, per essere stato preservato. Il Signore tanto gustò questo sacrificio che fece un giuramento. La Scrittura usa delle parole che sembrano inesplicabili, il Signore che si pente come di un male che ha commesso.
Dice la Scrittura: "Davanti al profumo di questo sacrificio, all'innocenza, alla pietà, alla fede di questo suo servo, il Signore, guardandolo così buono, si pentì di averlo punito tanto severamente e giurò di non mandare più il diluvio sulla terra per questo piccolo sacrificio".
Così Abramo va sul monte, per ordine di Dio, accompagnato dal figlio, con la legna e tutto il necessario per offrire un sacrificio. Anche se fosse stato suo figlio, l'unico, il figlio della promessa, davanti al Dio dell'Universo che comanda il cielo e la terra, davanti al quale gli Angeli sono sempre prostrati, le Podestà e le Dominazioni – come dice la Chiesa – tremano, cosa volete che sia un bambino, una vita, vita umana, una creatura? Nonostante tutto il Signore l'ha chiesto; Abramo obbedisce ed ecco è pronto ad immolarlo.
Il Signore, l'ha già gradito. Basta! Non vuole spargimento di questo sangue.
E là vicino c'è già il sostituto, c'è un'altra creatura che Dio ha preparato per prendere il posto del figlio.
E il Signore gradisce adesso il sacrificio che Abramo offre insieme a suo figlio. Perché? Perché quell'ariete, quella bestia offerta, trovata lì, provvidenzialmente per disposizione di Dio, era poi tanto gradita e il Signore gustava tanto questa specie di sacrificio?
C'è un'altra ragione. Così attraverso tutta la storia del popolo di Dio questi fuochi si accendono lungo il corso dei tempi, dei secoli, fino alle porte di Nazaret. Là finisce! Eh già, il profeta l'aveva detto: "Cosa fate voi altri?". A nome del Signore diceva: "Cosa state facendo? Ma mi avete preso per un buongustaio? No! Io non mangio la vostra carne, io non gusto i vostri sacrifici, a che mi servono?".
Intanto aveva gradito il sacrificio di Abele, di Noè, di Abramo e di quanti nella fede e nella pietà gliel’avevano offerto, in quanto in quel sacrificio c'era un altro ricordo, c'era un merito! Era un simbolo, era il ricordo di un sacrificio di cui adesso parla il Signore: "Finitela con i vostri sacrifici; di agnelli, di bovi, di arieti non so più che farmene. Ecco, venite a vedere adesso, questo è il sacrificio. Su tutta la terra in ogni parte del mondo si offre a me un sacrificio immacolato e puro".
Quelli non erano che il simbolo, questo la realtà, e questa realtà convalidava quei simboli.
Questa dolce realtà, questo mistero, questo valore infinito dava virtù a quelli, e il Padre gradiva quei sacrifici in vista di questo: il sacrificio adorabile, inestimabile, amoroso, generoso, di Gesù Cristo stesso, figlio di Dio nostro Signore, agnello di Dio venuto ad immolarsi per togliere i peccati del mondo. In ogni parte del mondo si offre: se offerto sul Calvario invece, e non in ogni parte, è offerto una volta.
Cristo è morto una volta - dice S. Paolo - e non muore più, basta! Iam non moritur, e la morte non lo dominerà più!
Allora com'è che si offre e si continua ad offrire in ogni parte del mondo quest'Ostia immacolata e pura, profumata e santa? Fra qualche istante noi avremo la risposta.
La Santa Messa è la rinnovazione identica, fedele, autentica del sacrificio cruento del Calvario; sacrificio ora incruento. Ma Lui stesso si offre, quello stesso Gesù Cristo, figlio di Dio, nostro Fratello nella nostra carne, nel nostro sangue che ha preso, ha divinizzato, sacrificato, ha reso innocente e splendido perché fosse degno del Padre lo offre in ogni luogo, e si offre.
Ma guardate bene qui, è Cristo, Gesù, figlio di Dio, l'Onnipotente che offre sé stesso immacolato a Dio nella nostra carne.
Approfondiamo bene prima di tutto il significato di questo dolcissimo, adorabile, salutare mistero.
Dice S. Paolo - ed è lo Spirito Santo che in lui parla -: "Io vedo Cristo che si alza, solleva anche me, vedo Cristo che avanza, trascina anche me, vedo che sale il Calvario, porta anche me, porta con la Croce il peso dei miei peccati, su quelle spalle che sono mie, sono le mie ossa, quelle, non la sua carne. Dio non ha la carne, non ha le ossa, se ce le ha, le ha prese da me. E perché io non sarei mai stato capace, non avrei mai avuto il coraggio di arrivare fino a lì, di amare il Padre fino alla fine. E di amarlo così puramente, così divinamente, così degnatamente, così perennemente.
Allora, vedendo attraverso i secoli la mia buona volontà - è lo Spirito Santo, è S. Paolo che parla a nome dell'umanità - vedendo i miei sacrifici, i miei piccoli fuochi accesi, la mia retta intenzione, la mia volontà, il desiderio di onorarlo, Cristo ha fatto come il grande che si avvicina ai piccoli, che mostrano solo la buona volontà, ma non hanno le forze, le possibilità: “Dammi qua, lo farò io per te”. Ha preso tutto da questi piccoli e poveri incapaci, inetti sulla terra, ha preso per sé tutto, e poi è andato su ad offrire il sacrificio; non ha fatto come Abramo che ha caricato il figlio della legna. Ha dato lui il necessario! Cristo l'ha preso con sé: ha preso la legna, ha acceso il fuoco, ha celebrato, ha consumato il sacrificio in sé stesso, con la mia carne, però, nella mia carne, che Lui ha preso, per sé, ha fatto sua per elevarla, per divinizzarla, per purificarla, per imbiancarla, per renderla degna del Padre ed offrire così il sacrificio.
Quando Cristo sale sulla Croce, io ci sono, sono con lui. Cristo, "confixu sum cruci" - dice S. Paolo - è stato croficìsso, si è fatto crocifiggere, ha crocifisso anche me.
I chiodi attraversano la mia carne, con la sua divinità. Ha preso il mio peccato, l'ha pianto, l'ha pagato, l'ha lavato, l'ha distrutto. Nel sacrificio, nelle consumazioni di questo sacrificio, il Padre l'ha voluto spezzare, stritolare, un termine spaventoso che si può solo spiegare con le similitudini del grano, del frumento sotto la macina, l'ha voluto stritolare, ma ha stritolato in Cristo la mia carne.
È importante questo concetto, perché noi vediamo qui fino a che punto dobbiamo doverosamente partecipare al sacrificio di Cristo, noi ci siamo dentro, ci siamo per pagare, ci siamo per guadagnare, ci siamo per dare, ci siamo per ricevere.
Diamo a Cristo il peccato, la povertà, la miseria, prendiamo da lui l'innocenza; diamo a Lui quel che è indegno e peccato e Lui attraverso, se si può dire così, il procedimento severissimo della sua passione e dell'olocausto, attraverso il fuoco della sofferenza, ci restituisce bianchi, candidi, immacolati, accetti al Padre. Ecco, questo è il sacrificio di Cristo; questa però e la Santa Messa. Non andate sul Calvario a cercare le orme di Cristo, non andate per vedere dove s'è fermata la Veronica, dove è stato sepolto. Abbiate fede, non è mica più là, è qui in mezzo a noi: "Resterò con voi, soffrirò con voi, mi offrirò a voi e per voi".
Ecco, perché la Chiesa nella Santa Messa ci prende tutti, ci serve in una cosa sola: Cristo! E poi pronuncia quelle parole meravigliose che il Signore stesso ci ha suggerito, non avremmo osato tanto, l'abbiamo in mano, l'abbiamo nel cuore, l'abbiamo nella mente, nelle ossa, nella carne, nel sangue.
E allora tutti insieme, nessuno eccettuato, cominciando dai più cattivi, noi gridiamo: Padre te ne supplico, te ne supplico, guidaci, volgi a me il tuo sguardo, adesso questa è l'offerta degna di te, offerta nella quale, io offro me stesso, per Lui, insieme a Lui, perché Lui è in me ed io in Lui, ed in Lui, nascosto in Lui e Lui in me.
Allora sì che si può dire: il Padre guarda benevolmente e gusta il profumo di questo adorabile, bellissimo sacrificio. Eh sì, è vero, adesso sì che è profumato.
Aveva ragione il profeta ad annunciare già anni, anni e anni prima in tutta la terra, in tutto il mondo: "Si offra a me una vittima, un'ostia immacolata"; ma ripeto, quello che a noi sta a cuore di tenere presente, è che non è un sacrificio estraneo, non è un'offerta che non ci interessa, non è una cosa nuova, lontana da noi, ma è una cosa nostra, è la vita nostra: "Cristus vita nostra!". E' la nostra sorte, e con Lui assicuriamo la nostra eternità. Adesso, intanto, la nostra innocenza, il nostro perdono, la misericordia di Dio ha preso tutto. E ogni giorno lo ripete, in ogni chiesa, in ogni Santa Messa, in ogni luogo, anche per le mani di un indegno, perché offrire una cosa santa anche con le mani sporche, la cosa rimane sempre santa, benché le mani non siano degne. In ogni luogo dove si celebra una santa Messa, Cristo si offre: "Io mi offro".
In America, dovunque adesso si celebra, in India, nell'Alaska, dovunque si può immaginare, vedere un sacerdote che offre, io sento, sento l'anima mia, sento me stesso, il mio essere trasportato lì, offerto a Dio, insieme a Dio, in Gesù, con Gesù, per Gesù. Perché è stato detto con verità: "In omnibus Cristus"; Cristo è in tutti e in ciascuno di noi. Quando offrite Cristo, offrite tutti e ciascuno e tutte le cose sono racchiuse in Lui come in un'urna; quando offrite Lui, offrite il tutto. Diciamo con la Scrittura: con grande allegrezza e gioia sento che pesa quest'offerta, sento che vale, sento che è grande, che è immensa, che è smisurata; allora adesso, offrendola, io sento che non offro quest'oggetto, questa cosa definita, ma io offro l'universo.
L'universo è in te, o Cristo, e offrendo Cristo offro l'universo.
Chi potrebbe mai reggere - dice Giobbe - se sotto il peso dei suoi passi le colonne che reggono il cielo piegano, chi potrebbe reggere il peso, il valore espresso, sentito, di questa offerta, di questa vittima? Come è grande, come è immensa, come è santa, divina, degna di Dio!
Ecco la nostra Santa Messa, ecco il nostro sacrificio, ecco quanto vale, ecco quanto ci interessa, ecco come ci siamo dentro, ecco i benefici che possiamo risentire tutti, ecco le grazie che ci sono messe a disposizione. Quante volte abbiamo inteso anche nei libri di devozione, nei libri spirituali, espressioni come queste: "Beato l'apostolo S. Giovanni, ai piedi della croce, beate le pie donne, beata la Maddalena che ricevette sul suo capo la pioggia adorabile del sangue preziosissimo di Gesù".
Ma perché invidiare quelli così lontani che non hanno avuto che una volta sola queste grazie, questo dono che noi abbiamo tutti i giorni, e più volte al giorno? E continuamente, e direi quasi con maggiore ragione, con più profondità, con più estensione, perché adesso il mistero di Dio è completo, quel mistero che lì si formava, che lì si celebrava, lì si compiva, adesso è completo, noi siamo in mezzo all'abbondanza, alla completezza del mistero, adesso non manca niente, adesso abbiamo il tutto, cosa andate a piangere la parte, se avete tutto, voi? Che se poi - dice quel santo - non siete contenti, non siete sazi di Cristo, che ci vorrà dunque per saziarvi?
E così che dobbiamo credere, adorare, benedire, ringraziare il Padre, propiziarlo, chiedere perdono, misericordia, chiedere grazie, chiedere aiuti, chiedere la vita, la luce, tutto quello che c'è di bene in cielo e che ci può essere di santo, di buono, di degno sulla terra, per Lui, con Lui, in Lui.
Adesso e in tutti i tempi, qui e in tutti i luoghi. Oh non è a caso, sapete, non è una pia devozione quella che vi suggerisce di unirvi a tutte le Sante Messe che si celebrano sulla faccia della terra. Non è una devozione, è un dovere, poi se non lo fate, peggio per voi.
Di fatto, materialmente, necessariamente, voi ci siete, perché si offre il tutto, voi siete una parte di questo tutto. Si presentano i bisognosi, e voi ne avete di bisogno, voi siete poveretti, come tutti; voi avete bisogno di grazie, di misericordia, è lì che si distribuisce; avete bisogno di purificazione, è lì che si compie la purificazione.
Quanto è grande, buono, amabile, generoso il Signore verso di noi! Chi mai avrebbe potuto solamente immaginare che Dio arrivasse fino a questo punto! Quanto incomprensibili, alti, profondi sono i misteri dell'amore infinito di Dio. Ci ha amato con un atto di amore che non finisce più, che dura in eterno: "Vi ho amato con carità eterna".
Ma carità effettiva, attiva, non ideale; non è una parola, non è un suono; è vita, è azione, è purificazione; ha voluto che questo sacrificio fosse offerto per sempre, per tutti. Vedete veramente come è copiosa la redenzione davanti a Dio; non è morto solamente lassù, una volta: muore continuamente, misticamente, per noi, in noi e con noi. Ci accompagna dappertutto, in ogni situazione, in ogni stato d'animo e interpreta tutti i nostri desideri, tutte le nostre aspirazioni, e le fa sue. E ogni giorno raccoglie il tutto e l'offre, l'offre continuamente.
Il tempo che batte il suo ritmo affrettato, ogni istante che passa - noi sappiamo dalla statistica che ad ogni istante, vedete il minutino che frettolosamente passa sulle lancette dei secondi - ad ognuno è stata assicurata una Messa completa, fra coloro che cominciano, che continuano, che finiscono, una Messa completa sale al trono di Dio, ci purifica, ci santifica ad ogni istante. Un istante, uno sguardo, un movimento, è già un sacrificio perfetto, è già un ritocco efficacissimo, è già un perdono, un'elargizione di misericordia infinita.
Come si fa a perdersi? Come fa il mondo ad andare a male? Vedete, non è più difficile perdersi che salvarsi in un piano di redenzione così vasto così profondo, così abbondante, così amoroso?
Perché, teniamo ben presente, questo non è un meccanismo ideato una volta e che scatta automaticamente senza che nessuno se ne occupi! Qui è l'anima che vive, è la volontà di Dio che vuole! È il suo amore che agisce, è la sua carità, è la sua misericordia che continuamente opera, volontariamente; non è un movimento meccanico, quello della Messa, che comincia, continua e finisce, durando più o meno, con l'attenzione più o meno dovuta, di chi celebra e di quanti l'ascoltano.
Prescinde il Signore da tutte queste cose benché ci tenga e sia doveroso che ci siano queste cose. Il Signore guarda il suo divin Figliolo, che sia condotto al tempio dalle mani della Madonna - oh benedette mani! -, o che sia condotto sul Calvario dalle mani dei manigoldi - oh povere mani! -. Ma è sempre Cristo, è sempre la vittima, è sempre il figlio di Dio!
Come è perfetto il piano di Dio, come ha previsto tutti i difetti che potevano esserci, tutti gli intralci che avremmo potuto mettere noi, povere e misere creature! Ma è annullato tutto, tutti i tentativi di frustrare il piano di Dio sono stati da Dio annullati, distrutti in precedenza, in visione, in previsione del sacrificio del suo divin Figliolo, per il quale dovunque sia, che si offra in queste o in quelle creature, in questo o in quel luogo, il Padre è sempre lì, pronto con tutto il Cielo, con tutte le glorie, ad abbracciarlo, ad accoglierlo, ad esaudirlo.
E stato sempre esaudito per la sua divina, infinita reverenza - dice la Scrittura - e il Padre glielo dimostra, gliele ripete sempre, quelle parole benedette, ineffabili, beneficanti: "Tu sei il mio Figlio diletto, in te io mi sono compiaciuto", figlio diletto rivestito di carne, figlio diletto nell'anima mia, con l'anima mia, figlio diletto che si regge in piedi e si presenta con le mie ossa. Io sono il figlio diletto in Cristo, per Cristo, con Cristo, per i suoi meriti, per il suo sacrificio.
Nella Santa Messa d'ogni giorno, in questo calvario che continua, in quest'offerta che fuma sempre, che regge lo sdegno di Dio, che allontana i cattivi da noi e ci assicura la vita eterna.
Oh se potessimo conoscere bene, se sapessimo approfondire e comprendere nelle misure possibili le grandezze di questo dolce mistero! Oh, quanto diversamente noi assisteremmo alla Santa Messa, con quale avidità, noi andremmo, con quanto amore, con quanta fede e con quale beneficio noi sentiremmo l'abbondanza dei meriti, delle grazie, degli aiuti, della misericordia di Dio per Gesù Cristo, Nostro Signore, che si offre per noi, in noi, con noi ogni giorno.
Adesso, in omaggio, in ringraziamento per esprimere la nostra gratitudine, a tanto beneficio, a tanto mistero, a tanto amore, prepariamoci ad affrontare insieme agli angeli e ai santi, che sono qui presenti più di noi, insieme alla Madonna, alla Vergine Santissima, in unione con Gesù, questo divino sacrificio; sia benedizione per noi come per gli eletti, sia perdono anche per noi come per i peccatori perdonati, sia anche per noi vita eterna come il Signore ha stabilito nel suo piano d'amore.
Al ritorno dall'esilio, dalla cattività di Babilonia, gli Ebrei andarono a cercare dove fosse il fuoco sacro, che non si spegneva mai nel tempio, e trovarono, scritto in un libro, che era stato nascosto - questo fuoco - nientemeno che in un posto profondissimo, anni e anni prima. Immaginate bene che era spento!
Scesero giù, trovarono quel che era stato scritto, ma trovarono della melma naturale! Il Signore disse: "Prendete quel fuoco", era fango; "portatelo su", era spento; "mettetelo sull'altare, sul sacrificio".
Immediatamente, al primo contatto, con questo fango, che un giorno era fuoco, gettato, spalmato sopra il sacrificio già pronto, divampò la fiamma, divenne un grande cratere.
Vedete, è quello che succede continuamente per noi. Siamo ferro, siamo fango, siamo poca cosa, spesso spenti. Si tratta di avere il coraggio, la fiducia, la fede e prenderci e trascinarci ai piedi dell'altare e poi mentre il sacerdote sale, mentre il sacerdote offre, offrirci alla vittima; dal fango viene fuoco, dalla materia viene lo spirito e dal freddo il calore della devozione.
Perché è Lui il fuoco, è Lui la fiamma invisibile! Allora vediamo un po' questo miracolo come si può ottenere. Noi che poveramente, miseramente, indegnissimamente, tutti i giorni assistiamo al sacrificio, vediamo quali sono le condizioni, le disposizioni per poter partecipare al sacrificio, avere parte al sacrificio, unirci al sacrificio, essere santificati dal sacrificio che Cristo celebra, offre ogni giorno per noi, con noi, in noi, davanti a noi.
Primo: unione con Cristo nella devozione, devozione eterna. State composti in Chiesa, non parlate, non guardate attorno, non vi divagate. In Chiesa, se siete uno, se siete cento, in Chiesa per ciascuno di voi vale questa verità: "Son venuto qui per Lui, Lui è qui per me. Chi canta in questo momento è Lui per me, io per Lui, non vedo nessuno, non sento nessuno". In questo momento, massimo raccoglimento, ci vuole unione di devozione, compresi, raccolti, uniti, e se pure qualcuno ci deve stare vicino quegli sono gli angeli, gli angeli dai quali voi imparerete ad adorare, che vi danno lezioni di devozione, di raccoglimento; solo con gli Angeli davanti a Dio, in Cristo, a dare a Dio la massima gloria che si possa nella terra, sulla terra, in cielo, nel tempo e nell'eternità, più di quanto non può dire nessuno, nemmeno gli angeli in cielo. La gloria che dà Cristo, e noi in Lui diamo al Padre, la stessa gloria così per Lui, per mezzo Suo.
Entrando dunque preparatevi prima se volete gustare la Santa Messa, preparatevi dentro; sapete che all'ora tale c'è la Messa, la mattina appena vi svegliate sapendo che fra qualche ora, fra un'ora sola forse, c'è la Santa Messa, pensate: "Tra qualche momento sono ai piedi del Signore, sono ai piedi del Padre con Gesù, in Gesù".
Ecco, questo pensiero che voi fate, è la verità nella quale trovate Cristo. E già Cristo, mentre voi fate questo pensiero e avete questa devozione, Gesù di già è con voi, vi prepara, gli angeli sono attorno. Fate il vostro dovere, tutte le vostre preghiere, fate il segno di croce, fate bene le devozioni, le genuflessioni, e cominciate intensamente la preparazione. E poi al suo arrivo unitevi al sacerdote, con lui salite l'altare, in spirito, insieme a lui offrite la vittima e insieme alla vittima offrite voi stessi.
Questa è la Santa Messa vedete! La Messa dei fedeli. "Ti offro questa Ostia santa, questo sacrificio non solo per me, non solo per i presenti, ma per tutta la famiglia dell'umanità, tutta riunita insieme qui sull'altare".
Ecco, almeno voi che siete presenti, voi che ci vedete, voi che ci sentite, voi che siete stati invitati al banchetto, siatene degni, siate composti, abbiate questa educazione celeste nell'assis tere al banchetto insieme agli angeli. Siamo in casa di Dio! Siamo vicini a Cristo, siamo con Lui! Insieme agli angeli che fraternizzano con noi e invitati da loro, noi dobbiamo comportarci come loro.
Ecco, questo è il concetto che ci deve raccogliere, che ci deve preparare, che ci deve disporre e ci deve dare le disposizioni necessarie per accompagnare Gesù in tutto il tempo del sacrificio.
Devozione! Raccoglimento! E poi, unione di intenzioni. È Lui che sa tutto, che vede tutto, che sente, che conosce le vostre necessità, che sa come si deve offrire, pregare, quali intenzioni danno più gloria al Padre. Lui sì che lo conosce, Lui conosce il Padre.
Nella Santa Messa, le preghiere della Santa Messa ditele con amore. C'è chi durante la Messa recita il Rosario; è una preghiera, va bene, a condizione però che sia con la meditazione dei misteri che voi recitate e che qui si vivono, che qui si ripetono, che, insomma, la vostra mente, l'anima vostra sia con Cristo, qui sull'altare, anche recitando il Santo Rosario. Qualche altra anima ha seguito la devozione di meditare la passione. Benissimo! Però fatelo con ordine, con l'ordine che è stabilito nel sacrificio che si offre. Anima ci vuole, è lo spirito che vale, il resto non vale niente. E Dio, puro spirito bisogna seguirlo con lo spirito, con l'anima. Dio cantò amore, bisogna seguirlo con tutto il fervore, pregarlo così, come prega Gesù, in unione alla sue divine preghiere e intenzioni.
E poi, seguire le azioni della Messa. Incominciare col chiedere perdono, col fare penitenza, atti di contrizione perfetta, e su di voi, prostrati, su di voi che pregate e che siete pentiti, comincia già a scendere la parola di Gesù: "Perdona loro, misericordia voglio e non sacrificio. Io per loro adesso sacrifico me stesso, perdona loro, Padre!".
Si è immolato a nome di tutti, ha pagato il debito per tutti, anche se ieri la giornata è stata triste e carica di colpe, negligenze, trasgressioni, ebbene, inabissatevi nell'umiltà, nella convinzione profonda, nel senso profondo della vostra indegnità e scavando profondo questo abisso di umiltà, lasciate che lo riempia la misericordia di Dio.
"È per loro che io sacrifico me stesso", e il sacrificio comincia, seguitelo, pregate con la Chiesa universale che è tutta presente qui, benché altrove si preghi ugualmente, perché c'è Dio, perché è Lui che prega e in Lui l'universo prega. Pregate, sentite le preghiere della Santa Messa, recitatele, se avete tempo, magari ripetetele se trovate che c'è ancora un po' di tempo; dopo le lezioni, le epistole, se c'è qualche piccolo spazio, ripetete quell'espressione, quei sentimenti che si adattano meglio allo stato d'animo di oggi, di questa giornata e poi col sacerdote continuate a purificarvi, con Cristo continuate a lavarvi.
Pregate, supplicate, implorate da Dio la misericordia, chiedete a Lui il bagno della sua grazia, seguite il sacerdote quando si lava le mani. Ma per ascoltare così, come si fa? Bisogna aver fede! Bisogna credere! Se si crede si sente. "Chi crede sente e sa quel che dico", diceva S. Agostino e prima S. Paolo.
Ecco, bisogna credere! Fate continui atti di fede; ripetete voi le parole, la confessione, la professione di fede che precedette di poco il miracolo, la resurrezione di Lazzaro, la professione di fede di Marta: "Io credo che tu sei il Cristo, figlio di Dio vivente, qui presente, venuto proprio per me, per la mia salvezza".
Unitevi alla professione di fede dei santi e dei martiri, alla fede se si può dire, ma non è fede perché è visione, all'espressione di fede degli angeli e dei santi in cielo. E adorate, e amate, e desiderate, e pregate e supplicate sempre con Lui, da Lui non vi staccate mai; dal momento che voi fate da soli, già non valete più niente, la vostra preghiera ricade. Mettetela in Lui e così vi avvicinate alla Santa Comunione. Quando nella Santa Messa vi avvicinate alla Santa Comunione pensate bene alle parole che dite: "Non son degno". Se in voi c'è qualche piccolo risentimento, se c'è attaccamento a voi stessi, se c'è attaccamento alle vostre cose, se c'è qualche resistenza all'obbedienza, guardate tutto il panorama della vostra vita, della vostra volontà, delle vostre intenzioni, togliete tutto perché ci porti dalla sua parte il Signore. Aprite tutto, spalancate tutto perché possa penetrare, invadere tutto il Signore.
Queste son le comunioni che fanno i Santi!
Preparatevi bene e recitate le preghiere meravigliose che il sacerdote recita sottovoce, per conto suo. Ditele insieme a tutta la Chiesa, insieme agli angeli e ai santi, ditele come le direbbero le anime che adesso sono in cielo a contemplare questo mistero.
È così che si ascolta la Santa Messa, così che si partecipa al santo sacrificio, così che si scende da questo mistico calvario. Se non come Giovanni almeno come la Maddalena, almeno come quelli che pur avendo peccato fino e pochi minuti prima, adesso compìti scendono battendosi il petto, convertiti.
Eh sì, sul Calvario ci sono solo due classi di persone: ci sono i fedeli e i carnefici. Ci si va solo per due ragioni: o per amarlo, compatirlo e dividere le sue sofferenze, o per ucciderlo. Noi siamo qui certamente tra i primi. Alla Santa Messa, nella Santa Messa, rapidamente pensando alla giornata che ci aspetta, alle attività che dobbiamo svolgere, ai sacrifici da compiere, alle difficoltà da superare, mettiamole tutte qui, uniamole al sacrificio di Cristo, immoliamoci insieme a Lui.
Ecco, questa sì che è la Messa: partecipate, sentite, assimilate. Così si ha il frutto del sacrificio. Muovetevi una buona volta, svegliatevi, accendetevi, scuotetevi. Perché tra tanta abbondanza voi siete le pietre che rimangono aride, impermeabili, e se tirate fuori anche dal profumo dove erano immerse hanno solamente il profumo all'esterno; dovete invece essere come le spugne che prendono, che lavano, che si arricchiscono e che hanno dentro di sé, come i recipienti completamente liberi, la pienezza dal balsamo nel quale si sono immerse.
"Andate via da questa mensa", dice S. Giovanni Crisostomo. Come dei leoni terribili così dite al demonio! Ecco, è così solamente, guardate bene, che voi partecipate alla Santa Messa; se lo ritenete veramente il Signore, per ricevere il Signore, per riceverlo in grande proporzione, profondamente, bisogna crederlo e bisogna desiderarlo.
E quando siamo pieni di Lui e Lui è in noi, allora anche noi possiamo dire le sue parole, adesso il demonio è cacciato fuori perché con me non ha niente a che vedere, il demonio non mi fa paura. C'è Cristo, e davanti a Cristo il demonio trema, in tutte le sue manifestazioni, nelle prove che vi aspettano, nelle tentazioni che il demonio vi presenta, nelle difficoltà della giornata. Voi siete sicuri, almeno sicuri per la giornata, e poi domani? Ma domani c'è un'altra dose, c'è un'altra razione, forse più abbondante, senza meno. Perché l'abisso di umiltà, di devozione, le disposizioni di un'anima invitano Dio, attirano sempre maggiore pioggia di grazia e di benedizione.
È così che dobbiamo avvicinarci alla santissima Eucarestia essendo già dentro nella Santa Messa, nell'Eucarestia, nel sacrificio; e questo sacrificio è stato chiamato Eucarestia, soprattutto perché è il sacrificio dei ringraziamenti e della lode.
Dopo le battaglie gli Ebrei avevano ordine dal Signore di offrire dei sacrifici. Dopo la costruzione del tempio di Gerusalemme, Salomone - dice la Scrittura - fece offrire innumerevoli sacrifici sì da sbigottire il mondo intero. E il Signore si compiacque tanto in quei sacrifici perché erano simbolo del grande sacrificio, quello che noi celebriamo, che noi viviamo.
E la Santa Messa, la Santa Comunione, la partecipazione a questo sacrificio, ci devono lasciare nelle stesse disposizioni - almeno per una giornata - nelle quali si sono trovati gli apostoli.
S. Giovanni, la Madonna, la Maddalena, sono riusciti, dopo avere assistito al sacrificio, a dimenticare un istante, a staccarsi un minuto. Tutti compìti e compresi, convinti e spaventati dell'enormità dell'abisso della carità di Cristo, per loro.
Ecco, il raccoglimento della giornata è ben assicurato, voi lo vedete, non c'è pericolo. Adesso siete forti, adesso state al sicuro, è così che arrivate vicino alla perfezione, è così che fate presto a purificarvi; così ci si santifica! "Cum santo, santus erit", ha detto la Scrittura. Stando con il Santo dei Santi, con Gesù, che è santità per essenza.
Così dovete ascoltare la Santa Messa, così dovete sentire in voi le intenzioni, le preghiere, i sacrifici, le offerte, e riviverle, quelle stesse di Gesù, che le vive continuamente per noi, e qui, nella Santa Messa, accumulate tutte le intenzioni per tutte le attività, per tutte le persone care, per tutti gli impegni, tutte le responsabilità che voi avete, mettetele qui e mentre ve ne andate, lasciatele qui, consegnatele al Signore, affidate a Lui la soluzione dei vostri problemi, delle vostre difficoltà.
Così sarete anime di Dio, così sarete degni di Cristo, così avrete veramente la fede di Dio, questa fede che voi qui sentite, di cui sentite il frutto, che voi vivete, e per la quale insieme a Gesù, in Gesù, con Gesù, vi immolate per il bene del mondo.
Dopo la Santa Messa e durante il giorno, spesso, dopo i vostri sacrifici, come esercizio, io vi dico di ricordarvi le parole che disgraziatamente spesso si dicono troppo in fretta: "Placet tibi Sancte Trinite!". Prima di baciar l'altare, di benedirvi, il sacerdote dice questa bella preghiera. Sapete che preghiera è? Guardate, inquadratela bene.
Questa preghiera consacra tutto, è l'ultima offerta, l'ultimo ricordo, ma forse il più prezioso.
Dopo i suoi sacrifici Gesù al Padre, dopo ogni preghiera, dopo ogni umiliazione, dopo la flagellazione dopo l'agonia, dopo la sua morte, dopo il sepolcro, dopo la resurrezione, Gesù non fece, in altri termini, che ripetere continuamente queste preghiere: "Ti piaccia il sacrificio che ti ho offerto, per la salvezza dell'anima, per la tua gloria, per santificare queste anime".
Ripetetela spesso quella preghiera, è quella che la Madonna stessa ha ripetuto sempre e specialmente prima di offrire l'olocausto della sua vita, prima di offrire Gesù, Lei stessa al Padre, ai piedi della Croce.
"Ti piaccia o Trinità adorabile, questo sacrificio che tutti i santi, tutti i martiri, hanno ripetuto, che tutti i moribondi nell'offrire la loro vita hanno ripetuto, con Cristo, in Cristo e per Gesù Cristo stesso".
"Ti piaccia, o Trinità adorabile, questo mio sacrificio. Rinunzio a tutto, ti lascio tutto, ti offro tutto, per la tua gloria, per la mia santificazione, per la salvezza del mondo".
segunda-feira, 5 de novembro de 2012
PIO PP. XII SERVO DEI SERVI DI DIO LETTERA ENCICLICA MEDIATOR DEI : Perciò il solo Sommo Pontefice ha il diritto di riconoscere e stabilire qualsiasi prassi di culto, di introdurre e approvare nuovi riti e di mutare quelli che giudica doversi mutare
VENERÁVEL PIO XII MEDIATOR DEI SOBRE A SAGRADA LITURGIA . Venérable Pie XII : le sacrement de l’ordre ...Encyclique MEDIATOR DEI de Sa Sainteté le Pape PIE XII SUR LA SAINTE LITURGIE . Venerable Pío XII : el Sacramento del Orden distingue a los Sacerdotes de todos los demás cristianos no consagrados. MEDIATOR DEI ENCYCLICAL OF THE VENERABLE POPE PIUS XII ON THE SACRED LITURGY . PIO PP. XII SERVO DEI SERVI DI DIO LETTERA ENCICLICA MEDIATOR DEI
O sacerdócio externo e visível de Jesus Cristo se transmite na Igreja não de modo universal, genérico e indeterminado, mas é conferido a indivíduos eleitos, com a geração espiritual da ordem, um dos sete sacramentos, o qual não somente confere uma graça particular, própria deste estado e deste ofício, mas ainda um carácter indelével que configura os ministros sagrados a Jesus Cristo sacerdote, demonstrando-os capazes de cumprir aqueles actos legítimos de religião com os quais os homens são santificados e Deus é glorificado, segundo as exigências da economia sobrenatural.
CARTA ENCÍCLICA DO PAPA PIO XII
MEDIATOR DEI
SOBRE A SAGRADA LITURGIA
Aos veneráveis irmãos Patriarcas, Primazes,
Arcebispos, Bispos e aos outros Ordinários locais
em paz e comunhão com a Sé Apostólica
III. A liturgia é regulada pela hierarquia eclesiástica
35. Para melhor compreender, ainda, a sagrada liturgia é necessário considerar outro seu carácter importante.
A Igreja é uma sociedade; exige, por isso, uma autoridade e hierarquia próprias. Se todos os membros do corpo místico participam dos mesmos bens e tendem aos mesmos uns, nem todos gozam do mesmo poder e são habilitados a cumprir as mesmas acções. O divino Redentor estabeleceu, com efeito, o seu reino sob fundamentos da ordem sagrada, que é reflexo da hierarquia celeste. (36). Somente aos apóstolos e àqueles que, depois deles, receberam dos seus sucessores a imposição das mãos, é conferido o poder sacerdotal em virtude do qual, como representam diante do povo que lhes foi confiado a pessoa de Jesus Cristo, assim representam o povo diante de Deus. Esse sacerdócio não vem transmitido nem por herança, nem por descendência carnal, nem resulta da emanação da comunidade cristã ou de delegação popular. Antes de representar o povo, perante Deus, o sacerdote representa o divino Redentor, e porque Jesus Cristo é a cabeça daquele corpo do qual os cristãos são membros, ele representa Deus junto do povo. O poder que lhe foi conferido não tem, pois, nada de humano em sua natureza; é sobrenatural e vem de Deus: "assim como o Pai me enviou, assim eu vos envio:..' ;(40) "quem vos ouve, a mim ouve..."; (41) "percorrendo todo o mundo, pregai o evangelho a toda criatura; quem crer e for batizado, será salvo".(42)
37. Por isso o sacerdócio externo e visível de Jesus Cristo se transmite na Igreja não de modo universal, genérico e indeterminado, mas é conferido a indivíduos eleitos, com a geração espiritual da ordem, um dos sete sacramentos, o qual não somente confere uma graça particular, própria deste estado e deste ofício, mas ainda um carácter indelével que configura os ministros sagrados a Jesus Cristo sacerdote, demonstrando-os capazes de cumprir aqueles actos legítimos de religião com os quais os homens são santificados e Deus é glorificado, segundo as exigências da economia sobrenatural.
38. Com efeito, como o lavacro do batismo distingue os cristãos e os separa dos outros que não foram lavados na água purificadora e não são membros de Cristo, assim o sacramento da ordem distingue os sacerdotes de todos os outros cristãos não consagrados, porque somente eles, por vocação sobrenatural, foram introduzidos no augusto ministério que os destina aos sagrados altares e os constituem instrumentos divinos por meio dos quais se participa da vida sobrenatural com o corpo místico de Jesus Cristo. Além disso, como já dissemos, somente estes são marcados com caráter indelével que os configura ao sacerdócio de Cristo e somente as suas mãos são consagradas "para que seja abençoado tudo o que abençoam e tudo o que consagram seja consagrado e santificado em nome de nosso Senhor Jesus Cristo".(43) Aos sacerdotes, pois, deve recorrer quem quer que deseje viver em Cristo, a fim de receber deles o conforto, o alimento da vida espiritual, o remédio salutar que o curará e o fortificará para que possa felizmente ressurgir da perdição e do abismo dos vícios; deles, enfim, receberá a bênção que consagra a família e por eles o último suspiro da vida mortal será dirigido ao ingresso na beatitude eterna.
39. Já que a sagrada liturgia é exercida sobretudo pelos sacerdotes em nome da Igreja, a sua organização, o seu regulamento e a sua forma não podem depender senão da autoridade da Igreja. Esta é não somente uma conseqüência da natureza mesma do culto cristão, mas é ainda confirmada pelo testemunho da história.
40. Esse direito inconcusso da hierarquia eclesiástica é provado ainda pelo fato de ter a sagrada liturgia estreita ligação com aqueles princípios doutrinários que a Igreja propõe como fazendo parte de verdades certíssimas, e por isso deve conformar-se aos ditames da fé católica proclamados pela autoridade do supremo magistério para proteger a integridade da religião revelada por Deus.
41. A esse propósito, veneráveis irmãos, fazemos questão de pôr em sua justa luz uma coisa que pensamos não ignorais, isto é, o erro daqueles que pretenderam que a sagrada liturgia fosse como uma experimentação do dogma, de modo que, se uma destas verdades tivesse, através dos ritos da sagrada liturgia, trazido frutos de piedade e de santidade, a Igreja deveria aprová-la, e repudiá-la em caso contrário. Donde o princípio: "a lei da oração é lei da fé".
42. Não é, porém, assim que ensina e manda a Igreja. O culto que ela rende a Deus é, como de modo breve e claro diz santo Agostinho, uma contínua profissão de fé católica, e um exercício da esperança e da caridade: "a Deus se deve honrar com a fé, a esperança e a caridade".(44) Na sagrada liturgia fazemos explícita profissão de fé não somente com a celebração dos divinos mistérios, com o cumprimento do sacrifício e a administração dos sacramentos, mas ainda recitando e cantando o Símbolo da fé, que é como o distintivo e a téssera dos cristãos, com a leitura de outros documentos e das sagradas letras escritas por inspiração do Espírito Santo. Toda a liturgia tem, pois, um conteúdo de fé católica enquanto atesta publicamente a fé da Igreja.
43. Por esse motivo, sempre que se tratou de definir um dogma, os sumos pontífices e os concílios, abeberando-se das chamadas "fontes teológicas", não raramente tiraram argumentos também dessa sagrada disciplina, como fez, por exemplo, o nosso predecessor de imortal memória Pio IX quando definiu a imaculada conceição de Maria virgem. Do mesmo modo, a Igreja e os santos padres, quando se discutia uma verdade controversa ou posta em dúvida, não deixaram de pedir luz também aos ritos veneráveis transmitidos pela antiguidade. Assim se tornou conhecida e venerada a sentença: "A lei da oração estabeleça a lei da fé".(45) A liturgia, portanto, não determina nem constitui em sentido absoluto e por virtude própria a fé católica, mas antes, sendo ainda uma profissão da verdade celeste, profissão dependente do supremo magistério da Igreja, pode fornecer argumentos e testemunhos de não pouco valor para esclarecer um ponto particular da doutrina cristã. Se queremos distinguir e determinar, de modo geral e absoluto, as relações que intercorrem entre fé e liturgia, podemos afirmar com razão que "a lei da fé deve estabelecer a lei da oração". O mesmo deve dizer-se ainda quando se trata das outras virtudes teológicas: "na... fé, na esperança e na caridade oramos sempre com desejo contínuo"(46).
Venérable Pie XII : le sacrement de l’ordre range les prêtres à part des autres fidèles du Christ qui n’ont point reçu ce don, car eux seuls, répondant à l’appel d’une sorte d’instinct surnaturel, ont accédé à l’auguste ministère qui les consacre au service des autels et fait d’eux les divins instruments par lesquels la vie céleste et surnaturelle est communiquée au Corps mystique de Jésus-Christ. Et, en outre, comme Nous l’avons dit plus haut, eux seuls sont marqués du caractère indélébile qui les fait " conformes " au Christ Prêtre ; d’eux seuls les mains ont été consacrées, " afin que tout ce qu’ils béniraient soit béni, et tout ce qu’ils consacreraient soit consacré et sanctifié au nom de Notre-Seigneur Jésus-Christ " .

Encyclique MEDIATOR DEI
de Sa Sainteté le Pape PIE XII
III. LA LITURGIE EST RÉGLÉE PAR LA HIÉRARCHIE ECCLÉSIASTIQUE
La nature de l’Église exige une hiérarchie…
Pour mieux comprendre ce qu’est la sainte liturgie, il faut encore considérer un autre de ses caractères, qui n’est pas de moindre importance.
L’Église est une société et, comme telle, elle requiert une autorité et une hiérarchie propres. Si tous les membres du Corps mystique participent aux mêmes biens et tendent aux mêmes fins, tous ne jouissent pas pourtant du même pouvoir ni ne sont habilités pour accomplir les mêmes actes. Le divin Rédempteur, en effet, a voulu constituer son royaume et l’appuyer sur des fondements stables selon l’ordre sacré, qui est une sorte d’image de la hiérarchie céleste.
Aux seuls apôtres et à ceux qui, après eux, ont reçu de leurs successeurs l’imposition des mains, a été conféré le pouvoir sacerdotal, en vertu duquel ils représentent leur peuple devant Dieu de la même manière qu’ils représentent devant leur peuple la personne de Jésus-Christ. Ce sacerdoce ne leur est pas transmis par hérédité ni par descendance humaine ; il n’émane pas non plus de la communauté chrétienne et il n’est pas une délégation du peuple. Avant de représenter le peuple auprès de Dieu, le prêtre est l’envoyé du divin Rédempteur, et parce que Jésus-Christ est la Tête de ce Corps dont les chrétiens sont les membres, il représente Dieu auprès du peuple dont il a la charge. Le pouvoir qui lui est confié n’a donc, de sa nature, rien d’humain ; il est surnaturel et il vient de Dieu : " Comme mon Père m’a envoyé, moi aussi je vous envoie… (Jn, XX, 21) ; celui qui vous écoute m’écoute… (Lc X, 16) ; allez dans le monde entier et prêchez l’Évangile à toute créature : celui qui croira et sera baptisé sera sauvé " (Mc XVI, 15-16).
… et donc un sacerdoce extérieur, visible…
C’est pourquoi le sacerdoce extérieur et visible de Jésus-Christ ne se transmet pas dans l’Église d’une manière universelle, générale ou indéterminée : il est conféré à des hommes choisis et constitue une sorte de génération spirituelle que réalise l’un des sept sacrements, l’ordre ; celui-ci ne donne pas seulement une grâce particulière propre à cet état et à cette fonction, mais encore un " caractère " indélébile, qui configure les ministres sacrés à Jésus-Christ Prêtre et qui les rend aptes à exercer légitimement les actes de religion ordonnés à la sanctification des hommes et à la glorification de Dieu, suivant les exigences de l’économie surnaturelle.
… consacré par le sacrement de l’ordre
En effet, de même que le bain baptismal distingue tous les chrétiens et les sépare de ceux que l’eau sainte n’a point purifiés et qui ne sont point membres du Christ, de même le sacrement de l’ordre range les prêtres à part des autres fidèles du Christ qui n’ont point reçu ce don, car eux seuls, répondant à l’appel d’une sorte d’instinct surnaturel, ont accédé à l’auguste ministère qui les consacre au service des autels et fait d’eux les divins instruments par lesquels la vie céleste et surnaturelle est communiquée au Corps mystique de Jésus-Christ. Et, en outre, comme Nous l’avons dit plus haut, eux seuls sont marqués du caractère indélébile qui les fait " conformes " au Christ Prêtre ; d’eux seuls les mains ont été consacrées, " afin que tout ce qu’ils béniraient soit béni, et tout ce qu’ils consacreraient soit consacré et sanctifié au nom de Notre-Seigneur Jésus-Christ " (Pontif. Rom., De ordinatione presbyteri, in manuum unctione.). Qu’à eux donc recourent tous ceux qui veulent vivre dans le Christ, car c’est d’eux qu’ils recevront le réconfort et l’aliment de la vie spirituelle ; d’eux ils recevront le remède du salut, grâce auquel, guéris et fortifiés, ils pourront échapper au désastre où mènent les vices ; par eux, enfin, leur vie commune familiale sera bénie et consacrée, et leur dernier souffle en cette vie mortelle deviendra l’entrée dans la béatitude éternelle.
La liturgie dépend de l’autorité ecclésiastique
a. Par sa nature même
Puisque la liturgie sacrée est accomplie au premier chef par les prêtres au nom de l’Église, son ordonnancement, sa réglementation et sa forme ne peuvent pas ne pas dépendre de l’autorité de l’Église. Ce principe, qui découle de la nature même du culte chrétien, est confirmé par les documents de l’histoire.
b. Par ses relations étroites avec le dogme
Ce droit indiscutable de la hiérarchie ecclésiastique est corroboré encore par le fait que la liturgie sacrée est en connexion intime avec les principes doctrinaux qui sont enseignés par l’Église comme points de vérité certaine, et par le fait qu’elle doit être mise en conformité avec les préceptes de la foi catholique édictés par le magistère suprême pour assurer l’intégrité de la religion révélée de Dieu.
A ce sujet, Nous avons jugé devoir mettre en exacte lumière ceci, que vous n’ignorez sans doute point, Vénérables Frères : à savoir, l’erreur de ceux qui ont considéré la liturgie comme une sorte d’expérience des vérités à retenir comme de foi ; de façon que si une doctrine avait produit, par le moyen des rites liturgiques, des fruits de piété et de sanctification, l’Église l’approuverait, et qu’elle la réprouverait dans le cas contraire. D’où proviendrait l’axiome : Lex orandi, lex credendi ; " la règle de la prière est la règle de la croyance ".
Mais ce n’est point cela qu’enseigne, ce n’est point cela que prescrit l’Église. Le culte qui est rendu par elle au Dieu très saint est, comme le dit de façon expressive saint Augustin, une profession continue de foi catholique et un exercice d’espérance et de charité : Fide, spe, caritate colendum Deum, affirme-t-il. (Enchiridion. cap. 3.) Dans la liturgie sacrée, nous professons la foi catholique expressément et ouvertement, non seulement par la célébration des mystères, l’accomplissement du sacrifice, l’administration des sacrements, mais aussi en récitant ou chantant le " Symbole " de la foi, qui est comme la marque distinctive des chrétiens, et de même en lisant les autres textes, et surtout les Saintes Écritures inspirées par l’Esprit-Saint. Toute la liturgie donc contient la foi catholique, en tant qu’elle atteste publiquement la foi de l’Église.
C’est pourquoi, chaque fois qu’il s’est agi de définir une vérité divinement révélée, les souverains pontifes et les conciles, lorsqu’ils puisaient aux " sources théologiques ", tirèrent maint argument de cette discipline sacrée ; tel, par exemple, Notre prédécesseur d’immortelle mémoire Pie IX, lorsqu’il décréta l’Immaculée Conception de la Vierge Marie. Et de même l’Église et les saints Pères, lorsqu’ils discutaient de quelque vérité douteuse et controversée, ne négligeaient pas de demander des éclaircissements aux vénérables rites transmis depuis l’antiquité, de là vient l’axiome connu et respectable : Legem credendi lex statuat supplicandi, " que la règle de la prière fixe la règle de la croyance " (De gratia Dei " Indiculus "). Ainsi, la sainte liturgie ne désigne et n’établit point la foi catholique absolument et par sa propre autorité, mais plutôt, étant une profession des vérités célestes soumises au suprême magistère de l’Église, elle peut fournir des arguments et des témoignages de grande valeur pour décider d’un point particulier de la doctrine chrétienne. Que si l’on veut discerner et déterminer d’une façon absolue et générale les rapports entre la foi et la liturgie, on peut dire à juste titre : Lex credendi legem statuat supplicandi, " que la règle de la croyance fixe la règle de la prière ". Et il faut parler de même quand il s’agit des autres vertus théologales : In… fide, spe, caritate continuato desiderio semper oramus, " nous, prions toujours et avec une ardeur continue, dans la foi, l’espérance et la charité " (S. Augustin, Epist. 130, ad Probam, 18.).
Venerable Pío XII : el Sacramento del Orden distingue a los Sacerdotes de todos los demás cristianos no consagrados, porque sólo ellos, por vocación sobrenatural, han sido introducidos al augusto ministerio que los destina a los sagrados altares, y los constituye en instrumentos divinos, por medio de los cuales se participa en la vida sobrenatural con el Cuerpo místico de Jesucristo. Además, como ya hemos dicho, sólo ellos están investidos del carácter indeleble que los configura al Sacerdocio de Cristo, y sólo sus manos son consagradas «para que sea bendito todo lo que bendigan, y todo lo que consagren sea consagrado y santificado en el nombre de nuestro Señor Jesucristo» .
"Mediator Dei"
Sobre la Sagrada Liturgia
20 de noviembre de 1947
C) NO HAY REPUGNANCIA
50. Por esto en la vida espiritual no puede haber ninguna oposición o repugnancia entre la acción divina, que infunde la gracia en las almas, para continuar nuestra Redención, y la colaboración activa del hombre, que no debe hacer infructuoso el don de Dios; entre la eficacia del rito externo de los Sacramentos, que proviene del valor intrínseco de los mismos («ex opere operato ») y el mérito del que los administra o recibe («ex opere operantis»); entre las oraciones privadas y las plegarias públicas; entre la ética y la contemplación de las verdades sobrenaturales; entre la vida ascética y la piedad litúrgica; entre el poder de jurisdicción y de legítimo magisterio y la potestad eminentemente sacerdotal que se ejercita en el mismo ministerio sagrado.
51. Por graves motivos la Iglesia prescribe a los ministros de los altares y a los religiosos que en los tiempos señalados atiendan a piadosa meditación, al diligente examen y enmienda de la conciencia y a los demás ejercicios espirituales, puesto que están destinados de manera particular a cumplir las funciones litúrgicas del sacrificio y de la alabanza divina.
52. Sin duda, la plegaria litúrgica, siendo como es oración pública de la Esposa Santa de Jesucristo, tiene mayor dignidad que las oraciones privadas; pero esta superioridad no quiere decir que entre los dos géneros de oración haya ningún contraste u oposición. Pues estando animadas de un mismo espíritu, las dos se funden y armonizan, según aquello: «porque Cristo lo es todo en todos» (Colos. 3, 11) y tienden al mismo fin: a formar a Cristo en nosotros.
III. La Liturgia es regulada por la Jerarquía
A) La doctrina
53. Para comprender mejor la Sagrada Liturgia es necesario considerar otro de sus caracteres, no de menor importancia.
La Iglesia es una sociedad y exige por esto una autoridad y jerarquía propias. Si bien todos los miembros del Cuerpo místico participan de los mismos bienes y tienden a los mismos fines, no todos gozan del mismo poder ni están capacitados para realizar las mismas acciones.
B) LOS ARGUMENTOS
1) PRIMER ARGUMENTO: El Sacramento del Orden.
54. En efecto, el Divino Redentor ha establecido su Reino sobre los fundamentos del Orden sagrado, que es un reflejo de la Jerarquía celestial.
Sólo a los Apóstoles y a aquellos que, después de ellos, han recibido de sus sucesores la imposición de las manos, les está conferida la potestad sacerdotal, en virtud de la cual, al mismo tiempo que representan a Cristo ante el pueblo que les ha sido confiado, representan también al pueblo ante Dios.
55. Este Sacerdocio no es transmitido ni por herencia ni por descendencia carnal, ni resulta por emanación de la comunidad cristiana o por diputación popular. Antes de representar al pueblo cerca de Dios, el Sacerdote representa al Divino Redentor, y como Jesucristo es la Cabeza de aquel cuerpo del que los cristianos son miembros, representa también a Dios cerca de su pueblo. La potestad que le ha sido conferida no tiene, por tanto, nada de humano en su naturaleza; es sobrenatural y viene de Dios: «Como me envió mi Padre, así os envío Yo...» (Juan, 20, 21). «El que a vosotros oye, a Mí me oye...» (Luc. 10, 16). «Id por todo el mundo y predicad el Evangelio a toda criatura. El que creyere y fuere bautizado, se salvará» (Marc. 16, 15-16).
56. Por esto el Sacerdocio externo y visible de Jesucristo se transmite a la Iglesia no de modo genérico, universal e indeterminado, sino que es conferido a individuos elegidos con la generación espiritual del Orden, uno de los siete Sacramentos, que no sólo confiere una gracia particular, propia de este estado y de este oficio, sino también un carácter indeleble que configura a los sagrados ministros a Jesucristo Sacerdote, demostrando que son aptos para realizar aquellos legítimos actos de religión, con los que los hombres se santifican y Dios es glorificado según las exigencias de la economía sobrenatural.
57. En efecto, así como el Bautismo distingue a los cristianos y los separa de aquellos que no han sido lavados en el agua purificadora y no son miembros de Cristo, así el Sacramento del Orden distingue a los Sacerdotes de todos los demás cristianos no consagrados, porque sólo ellos, por vocación sobrenatural, han sido introducidos al augusto ministerio que los destina a los sagrados altares, y los constituye en instrumentos divinos, por medio de los cuales se participa en la vida sobrenatural con el Cuerpo místico de Jesucristo. Además, como ya hemos dicho, sólo ellos están investidos del carácter indeleble que los configura al Sacerdocio de Cristo, y sólo sus manos son consagradas «para que sea bendito todo lo que bendigan, y todo lo que consagren sea consagrado y santificado en el nombre de nuestro Señor Jesucristo» (1).
58. A los Sacerdotes, pues, deben recurrir todos los que quieran vivir en Cristo, para que de ellos reciban el consuelo y el alimento de la vida espiritual, la medicina saludable que los curará y los revigorizará para que puedan felizmente resurgir de la perdición y de la ruina de los vicios; de ellos finalmente recibirán la bendición que consagra a la familia, y por ellos el último suspiro de la vida mortal será dirigido al ingreso en la eterna beatitud.
59. Por tanto, puesto que la Sagrada Liturgia es ejercida sobre todo por los Sacerdotes en nombre de la Iglesia, su organización, su regulación y su forma no pueden depender más que de la autoridad de la Iglesia.
2) SEGUNDO ARGUMENTO: La Historia.
60. Esto es no sólo una consecuencia de la naturaleza misma del culto cristiano, sino que está también confirmado por el testimonio de la Historia.
3) TERCER ARGUMENTO: El Dogma.
a) Estrechas relaciones.
61. Este indiscutible derecho de la Jerarquía Eclesiástica es demostrado también por el hecho de que la Sagrada Liturgia tiene estrechas relaciones con aquellos principios doctrinales que la Iglesia propone como formando parte de verdades certísimas, y por consiguiente debe conformarse a los dictámenes de la Fe católica, proclamados por la autoridad del Supremo Magisterio para tutelar la integridad de la Religión revelada por Dios.
b) Un error y la verdad.
62. A este propósito, Venerables Hermanos, queremos plantear en sus justos términos algo que creemos no os será desconocido: el error de aquellos que han pretendido que la Sagrada Liturgia era sólo un experimento del Dogma, en cuanto que si una de sus verdades producía los frutos de piedad y de santidad, a través de los ritos de la Sagrada Liturgia, la Iglesia debería aprobarla, y en caso contrario, reprobarla. De donde aquel principio: La ley de la Oración, es la ley de la Fe.
63. No es, sin embargo, esto lo que enseña y lo que manda la Iglesia. El culto que ésta rinde a Dios es, como breve y claramente dice San Agustín, una continua profesión de Fe católica y un ejercicio de la esperanza y de la caridad: «A Dios se le debe honrar con la fe, la esperanza y la caridad» (2). En la Sagrada Liturgia hacemos explícita profesión de fe, no sólo con la celebración de los divinos misterios, con la consumación del Sacrificio y la administración de los Sacramentos, sino también recitando y cantando el Símbolo de la Fe, que es como el distintivo de los cristianos; con la lectura de los otros documentos y de las Sagradas Letras escritas bajo la inspiración del Espíritu Santo. Toda la Liturgia tiene, pues, un contenido de fe católica, en cuanto atestigua públicamente la fe de la Iglesia.
64. Por este motivo, siempre que se ha tratado de definir un dogma, los Sumos Pontífices y los Concilios, al documentarse en las llamadas fuentes teológicas, no pocas veces han extraído también argumentos de esta Sagrada Disciplina, como hizo, por ejemplo, Nuestro Predecesor de inmortal memoria Pío IX, cuando definió la Inmaculada Concepción de la Virgen María. De la misma forma, la Iglesia y los Santos Padres, cuando se discutía de una verdad controvertida o puesta en duda, no han dejado de recurrir también a los ritos venerables transmitidos desde la antigüedad. Así nació la conocida y veneranda sentencia: «Que la ley de la Oración establezca la ley de la Fe» ("Lex orandi, lex credendi") (3).
65. La Liturgia, pues, no determina ni constituye en un sentido absoluto y por virtud propia la fe católica; pero siendo también una profesión de las verdaderas celestiales, profesión sometida al supremo Magisterio de la Iglesia, puede proporcionar argumentos y testimonios de no escaso valor, para aclarar un punto particular de la doctrina cristiana. De aquí que ti queremos distinguir y determinar de manera absoluta y general las relaciones que existen entre la fe y la Liturgia, podemos afirmar con razón: «La Ley de la Fe, debe establecer la ley de la Oración». Lo mismo debe decirse también cuando se trata de las otras virtudes teologales: «En la fe, en la esperanza y en la caridad oramos siempre en continuo deseo» (4).
MEDIATOR DEI ENCYCLICAL OF THE VENERABLE POPE PIUS XII ON THE SACRED LITURGY : Considering their special designation to perform the liturgical functions of the holy sacrifice and divine office, the Church has serious reason for prescribing that the ministers she assigns to the service of the sanctuary and members of religious institutes betake themselves at stated Times New Roman to mental prayer, to examination of conscience, and to various other spiritual exercises

MEDIATOR DEI
ENCYCLICAL OF POPE PIUS XIION THE SACRED LITURGY
TO THE VENERABLE BRETHREN, THE PATRIARCHS, PRIMATES,
ARCHBISHOPS, BISHIOPS, AND OTHER ORDINARIES
IN PEACE AND COMMUNION WITH THE APOSTOLIC SEE
36. In the spiritual life, consequently, there can be no opposition between the action of God, who pours forth His grace into men's hearts so that the work of the redemption may always abide, and the tireless collaboration of man, who must not render vain the gift of God.[36] No more can the efficacy of the external administration of the sacraments, which comes from the rite itself (ex opere operato), be opposed to the meritorious action of their ministers of recipients, which we call the agent's action (opus operantis). Similarly, no conflict exists between public prayer and prayers in private, between morality and contemplation, between the ascetical life and devotion to the liturgy. Finally, there is no opposition between the jurisdiction and teaching office of the ecclesiastical hierarchy, and the specifically priestly power exercised in the sacred ministry.
37. Considering their special designation to perform the liturgical functions of the holy sacrifice and divine office, the Church has serious reason for prescribing that the ministers she assigns to the service of the sanctuary and members of religious institutes betake themselves at stated Times New Roman to mental prayer, to examination of conscience, and to various other spiritual exercises.[37] Unquestionably, liturgical prayer, being the public supplication of the illustrious Spouse of Jesus Christ, is superior in excellence to private prayers. But this superior worth does not at all imply contrast or incompatibility between these two kinds of prayer. For both merge harmoniously in the single spirit which animates them, "Christ is all and in all."[38] Both tend to the same objective: until Christ be formed in us.[39]
38. For a better and more accurate understanding of the sacred liturgy another of its characteristic features, no less important, needs to be considered.
39. The Church is a society, and as such requires an authority and hierarchy of her own. Though it is true that all the members of the Mystical Body partake of the same blessings and pursue the same objective, they do not all enjoy the same powers, nor are they all qualified to perform the same acts. The divine Redeemer has willed, as a matter of fact, that His Kingdom should be built and solidly supported, as it were, on a holy order, which resembles in some sort the heavenly hierarchy.
40. Only to the apostles, and thenceforth to those on whom their successors have imposed hands, is granted the power of the priesthood, in virtue of which they represent the person of Jesus Christ before their people, acting at the same time as representatives of their people before God. This priesthood is not transmitted by heredity or human descent. It does not emanate from the Christian community. It is not a delegation from the people. Prior to acting as representative of the community before the throne of God, the priest is the ambassador of the divine Redeemer. He is God's vice-gerent in the midst of his flock precisely because Jesus Christ is Head of that body of which Christians are the members. The power entrusted to him, therefore, bears no natural resemblance to anything human. It is entirely supernatural. It comes from God. "As the Father hath sent me, I also send you [40]. . . he that heareth you heareth me [41]. . . go ye into the whole world and preach the gospel to every creature; he that believeth and is baptized shall be saved."[42]
41. That is why the visible, external priesthood of Jesus Christ is not handed down indiscriminately to all members of the Church in general, but is conferred on designated men, through what may be called the spiritual generation of holy orders.
42. This latter, one of the seven sacraments, not only imparts the grace appropriate to the clerical function and state of life, but imparts an indelible "character" besides, indicating the sacred ministers' conformity to Jesus Christ the Priest and qualifying them to perform those official acts of religion by which men are sanctified and God is duly glorified in keeping with the divine laws and regulations.
PIO PP. XII SERVO DEI SERVI DI DIO LETTERA ENCICLICA MEDIATOR DEI : Perciò il solo Sommo Pontefice ha il diritto di riconoscere e stabilire qualsiasi prassi di culto, di introdurre e approvare nuovi riti e di mutare quelli che giudica doversi mutare; i Vescovi, poi, hanno il diritto e il dovere di vigilare diligentemente perché le prescrizioni dei sacri canoni relative al culto divino siano puntualmente osservate. Non è possibile lasciare all'arbitrio dei privati, siano pure essi membri del Clero, le cose sante e venerande che riguardano la vita religiosa della comunità cristiana, l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo e il culto divino, l'onore che si deve alla SS. Trinità, al Verbo Incarnato, alla sua augusta Madre c agli altri Santi, e la salvezza degli uomini; per lo stesso motivo a nessuno è permesso di regolare in questo campo azioni esterne che hanno un intimo nesso con la disciplina ecclesiastica, con l'ordine, l’unità e la concordia del Corpo Mistico, e non di rado con la stessa integrità della fede cattolica.

PIO PP. XII
SERVO DEI SERVI DI DIO
LETTERA ENCICLICA
MEDIATOR DEI
AI VENERABILI FRATELLI PATRIARCHI
PRIMATI ARCIVESCOVI VESCOVI
E AGLI ALTRI ORDINARI
AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE
PACE E COMUNIONE
«SULLA SACRA LITURGIA»
Progresso e sviluppo della Liturgia
La Gerarchia Ecclesiastica ha sempre usato di questo suo diritto in materia liturgica allestendo e ordinando il culto divino e arricchendolo di sempre nuovo splendore e decoro a gloria di Dio e per il vantaggio dei fedeli. Non dubitò, inoltre - salva la sostanza del Sacrificio Eucaristico e dei Sacramenti - mutare ciò che non riteneva adatto, aggiungere ciò che meglio sembrava contribuire all'onore di Gesù Cristo e della Trinità augusta alla istruzione e a stimolo salutare del popolo cristiano.
La sacra Liturgia, difatti, consta di elementi umani e di elementi divini: questi, essendo stati istituiti dal Divin Redentore, non possono, evidentemente, esser mutati dagli uomini; quelli, invece, possono subire varie modifiche, approvate dalla sacra Gerarchia assistita dallo Spirito Santo, secondo le esigenze dei tempi, delle cose e delle anime. Da qui nasce la stupenda varietà dei riti orientali ed occidentali; da qui lo sviluppo progressivo di particolari consuetudini religiose e pratiche di pietà inizialmente appena accennate; di qui viene che talvolta sono richiamate nell'uso e rinnovate pie istituzioni obliterate dal tempo. Tutto ciò testimonia la vita della intemerata Sposa di Gesù Cristo durante tanti secoli; esprime il linguaggio da essa usato per manifestare al suo Sposo divino la fede e l'amore inesausto suo e delle genti ad essa affidate; dimostra la sua sapiente pedagogia per stimolare e incrementare nei credenti il «senso di Cristo».
Non poche, in verità, sono le cause per le quali si spiega e si evolve il progresso della sacra Liturgia durante la lunga e gloriosa storia della Chiesa. Così, per esempio, una più certa ed ampia formulazione della dottrina cattolica sulla incarnazione del Verbo di Dio, sul Sacramento e sul Sacrificio Eucaristico, sulla Vergine Maria Madre di Dio, ha contribuito all'adozione di nuovi riti per mezzo dei quali la luce più splendidamente brillata nella dichiarazione del magistero ecclesiastico, si rifletteva meglio e più chiaramente nelle azioni liturgiche, per giungere con maggiore facilità alla mente e al cuore del popolo cristiano.
L'ulteriore sviluppo della disciplina ecclesiastica nell'amministrazione dei Sacramenti, per esempio del Sacramento della Penitenza, l'istituzione e poi la scomparsa del catecumenato, la Comunione Eucaristica sotto una sola specie nella Chiesa Latina, ha contribuito non poco alla modificazione degli antichi riti ed alla graduale adozione di nuovi e più confacenti alle mutate disposizioni disciplinari.
A questa evoluzione e a questi mutamenti contribuirono notevolmente le iniziative e le pratiche pie non strettamente connesse con la sacra Liturgia, nate nelle epoche successive per mirabile disposizione di Dio e così diffuse nel popolo: come, per esempio, il culto più esteso e più fervido della divina Eucaristia, della passione acerbissima del nostro Redentore, del sacratissimo Cuore di Gesù, della Vergine Madre di Dio e del suo purissimo Sposo.
Tra le circostanze esteriori ebbero la loro parte i pubblici pellegrinaggi di devozione ai sepolcri dei martiri, l'osservanza di particolari digiuni istituiti allo stesso fine, le processioni stazionali di penitenza che si celebravano in questa alma Città e alle quali non di rado interveniva anche il Sommo Pontefice.
È pure facilmente comprensibile come il progresso delle belle arti, in special modo dell'architettura, della pittura e della musica, abbiano influito non poco sul determinarsi e il vario conformarsi degli elementi esteriori della sacra Liturgia.
La sola autorità competente
Del medesimo suo diritto in materia liturgica si è servita la Chiesa per tutelare la santità del culto contro gli abusi temerariamente introdotti dai privati e dalle chiese particolari. Così accadde che, moltiplicandosi usi e consuetudini di questo genere durante il secolo XVI, e mettendo le iniziative private in pericolo l'integrità della fede e della pietà con grande vantaggio degli eretici e a propaganda del loro errore, il Nostro Predecessore di immortale memoria Sisto V, per difendere i legittimi riti della Chiesa e impedire le infiltrazioni spurie, istituì nel 1588 la Congregazione dei riti, organo cui tuttora compete di ordinare e prescrivere con vigile cura tutto ciò che riguarda la sacra Liturgia.
Perciò il solo Sommo Pontefice ha il diritto di riconoscere e stabilire qualsiasi prassi di culto, di introdurre e approvare nuovi riti e di mutare quelli che giudica doversi mutare; i Vescovi, poi, hanno il diritto e il dovere di vigilare diligentemente perché le prescrizioni dei sacri canoni relative al culto divino siano puntualmente osservate. Non è possibile lasciare all'arbitrio dei privati, siano pure essi membri del Clero, le cose sante e venerande che riguardano la vita religiosa della comunità cristiana, l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo e il culto divino, l'onore che si deve alla SS. Trinità, al Verbo Incarnato, alla sua augusta Madre c agli altri Santi, e la salvezza degli uomini; per lo stesso motivo a nessuno è permesso di regolare in questo campo azioni esterne che hanno un intimo nesso con la disciplina ecclesiastica, con l'ordine, l’unità e la concordia del Corpo Mistico, e non di rado con la stessa integrità della fede cattolica.
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